La finestra di Santa Marta

la favela di Santa Marta (in basso a sinistra) fotografata dal CorcovadoLa prima occasione di andare a Rio de Janeiro mi è capitata nell’ottobre del 2004. Ero con l’Abuelo a Corumbà -al confine tra Bolivia e Brasile- e il nostro sogno di raggiungere Assuncion discendendo il rio Paraguay si era appena infranto contro i musi duri dei capitani di fregata locali. Costretti a ripiegare sul trasporto terrestre, attendevamo da mezza giornata un autobus per Campo Grande, da cui avremmo proseguito fino alla capitale del Paraguay. Di colpo, nella minuscola stazione di frontiera apparve un’astronave: un bus di ultima generazione, nuovo fiammante, con la scritta luminosa “Rio de Janeiro” che scorreva sul muso. Provai a convincere il Compadre che il segno era chiaro: non ci rimaneva che cambiar piani di viaggio e salire a bordo dell’astronave. Ma il cuore dell’Abuelo batteva troppo forte perché la sua mente potesse averne ragione: da lì a qualche giorno la sua donna sarebbe atterrata a Santiago del Cile e spingendosi fino a Rio lui rischiava di mancare il loro appuntamento. Mentre lanciavo lo zaino nel ventre di una carcassa diretta a Campo Grande, promisi a me stesso che l’appuntamento con la “città meravigliosa” era solo rimandato. Continue reading »

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Itegue Taitu Hotel

no roofOn the morning of Sunday January 11 a fire of unknown origin has destroyed part of the most ancient hotel in Ethiopia – the Itegue Taitu Hotel – making away with Jazzamba, the historic ethio-jazz club. Among the landmarks in Addis Ababa’s architectural and cultural heritage, these places are especially dear to me because here started my discovery of Ethiopia. It is in an infinitely sad state of mind that I am writing following note, in the auspice that these places will soon be back to their original splendour. Continue reading »

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Arada

smiling

“Dov’è la foto di casa mia?”, mi sbotta in faccia Yared. Konjit – una gallerista di Addis Abeba che ha vissuto a lungo a Trieste – capisce che la nostra conversazione necessita una pausa e con un sorriso spaventato lascia il passo al ragazzo. “Perché non c’è la foto di casa mia?”, insiste lui. Il suo alito sa di birra e le pupille degli occhi sono spalancate dal chat masticato durante il giorno. Sul volto, una serie di piccole cicatrici testimonia qualche scontro di troppo. Mi afferra per un braccio e si fa largo tra un gruppo di diplomatici in abito da sera venuti al museo per l’inaugurazione della mostra. Ci fermiamo davanti a una foto panoramica di Piassa, il cuore di Addis Abeba, e Yared punta il dito su una baracca. “Sono nato proprio lì, vedi. Nessun ospedale. Mia madre ha partorito tra quelle mura. Le stesse dove continuiamo a vivere ancora oggi”, racconta. Continue reading »

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L’eredità tossica di Bhopal

Hazira Bi, tra i leader del movimento dei sopravvissuti alla tragedia

Un bambino affetto da sindrome di down carezza la testa di un suo compagno costretto su una sedia a rotelle. Questa è l’immagine che più mi ha scaldato il cuore mentre scorrevo le foto raccolte 5 anni fa durante le settimane trascorse a Bhopal. Ricordo come i giovanissimi pazienti del Chingari Rehabilitation Center – un’associazione che si occupa di fornire cure mediche gratuite agli eredi della tragedia di Bhopal – fossero abituati a vedersi puntar addosso un obiettivo. In un quarto di secolo tanti altri erano passati prima di me per documentare l’orrore di cui è vittima questa gente. Tanti altri sarebbero passati ancora. Perché questa storia infame non sembra aver fine. Continue reading »

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Caffè del perdono

waiters

Sono dieci minuti che provo a ordinare il mio secondo macchiato, ma il cameriere che dovrebbe occuparsi dei clienti seduti sotto al portico è troppo preso a intrecciare una foglia di palma per darmi retta. Se ne sta in piedi davanti all’ingresso a fissare la strada, mentre compone una corona con gesti rapidi ed esperti. Nella domenica delle palme, guarda la gente passeggiare con indosso anelli e copricapo fatti di foglie benedette. Manca una settimana alla Pasqua e buona parte dei passanti digiuna da più di un mese. Dietro il bancone del Tea Room però sono già spuntati i panettoni, segno che presto verrà il tempo della festa. Continue reading »

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Taxi!

taxi

La fermata non è segnalata. Per capire dove aspettare il “taxi” occorre cercare gli altri aspiranti passeggeri. Davanti all’Admas bar, un’antica palazzina in stile armeno con un magnifico tetto in lamiera decorata, c’è un gruppetto che sembra fare al caso mio. “Piassa?”, domando a un’enorme signora vestita di bianco. Lei si mette a ridere, porta una mano davanti la bocca e poi sembra annuire con gli occhi. Continue reading »

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Sherpa

sherpa on Everest Base Camp trek. They can carry up 120kg

Sull’Himalaya si sta per abbattere il Monsone (dall’arabo mawsim, la “stagione” del vento e delle precipitazioni). Per almeno tre mesi le montagne più alte della Terra rimarranno ammantate dalla nebbia, battute da nevicate continue. Inaccessibili. Ma quest’anno anche la stagione delle scalate si è esaurita senza che nessuno abbia raggiunto la vetta più alta e ambita. Il 18 aprile una valanga ha ucciso sedici sherpa nepalesi, causando il peggiore incidente nella storia dell’Everest. Il governo, che ogni anno incassa 3,5 milioni di dollari dagli scalatori stranieri, ha offerto 400 dollari come risarcimento per ciascuna vittima. A seguito della tragedia, i portatori hanno deciso di incrociare le braccia, per rivendicare migliori condizioni assicurative in caso d’infortunio e un trattamento più equo. Tutte le spedizioni alpinistiche previste per il 2014 sono state annullate. Perché scalare l’Everest senza l’aiuto degli sherpa è impossibile. Continue reading »

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Il treno per Macchu Picchu

CuscoKola

È buio pesto quando accetto l’invito del poeta: “sube a nacer conmigo, hermano. Dame la mano desde la profunda zona de tu dolor diseminado”. Imbocchiamo il sentiero ruminando foglie di coca, l’Abuelo in testa a dare il ritmo col suo passo da montanaro. Gli autisti dei bus turistici ancora ronfano all’interno dei loro mezzi. Tra qualche ora accompagneranno migliaia di persone al sito archeologico di Macchu Picchu. Noi però saremo già in cima alla “vecchia montagna”. Continue reading »

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Sheikh Hussein, santo di tutti

il tempio dedicato a Maometto nel villaggio di Sheikh Hussein

Una manciata di chilometri ci separa dal villaggio di Sheikh Hussein, quando la prima stella appare in cielo ad annunciare il Maulud, l’anniversario della nascita del Profeta Maometto. Riabbasso lo sguardo per incrociare quello di Lollo, gli occhi rosso sangue di chi schiva da dodici ore sassi e buche, e augurargli “buon natale!”. Nello stesso istante, i fari della macchina incrociano la figura di un anziano lungo la strada. Cammina appoggiato al suo dhanqee, il tradizionale bastone biforcuto dei pellegrini diretti alla shrine del santo sufi. Continue reading »

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Dancalia, la terra degli Afar

The Black lake

I primi afar appaiono tra la polvere di Bati, imponente mercato lungo la strada che dall’altopiano etiopico precipita verso Semera e Asaiyta, rispettivamente moderna capitale burocratica della Dancalia e antica capitale di un leggendario sultanato. Pastori nomadi, sono venuti qui per vendere gli animali che hanno pascolato con pazienza attraverso i deserti dove stiamo per addentrarci. I compratori oromo tastano il punto-vita di capre terrorizzate, saggiano le gobbe grasse di vacche dalle corna maestose e affilate, si dilungano in contrattazioni estenuanti sotto un sole infuocato. Gli afar non si scompongono. Il loro portamento rimane regale. Lo sguardo fiero, quasi altezzoso. Pettini di legno conficcati tra capigliature intrise di burro. Ghefie che circondano colli sottili. Le futa raccolte attorno alla vita. Dai fianchi pendono lunghi pugnali adagiati nella loro fodere intarsiate. Magari sono solo i capelli, ma mi pare di essere circondato da Jimi Hendrix, le Black Panthers e gli altri protagonisti psichedelici che resero gloriosi i Sessanta a stelle e strisce. Se la loro bellezza sfrontata non fosse così sincera, li troverei terribilmente antipatici. Invece me ne innamoro al primo incontro. Continue reading »

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Le arancee di Gunda Gunde

La valle che protegge il villaggio di Gunda Gunde

Quando incrociamo il sorriso invitante di Wendemu e Asgede, il sole è già alto e bollente. Fradici di sudore e con le gambe dure, discendiamo da un pezzo l’aspra e remota valle in cui si nasconde il villaggio di Gunda Gunde. I due giovani etiopi sono agronomi dell’Università di Mekelle, inviati per l’ennesima volta tra queste gole spigolose con il compito di raccogliere campioni di suolo, acqua e piante che poi dovranno esaminare in laboratorio. Da buoni scienziati cercano di venire a capo di un mistero: la straordinaria qualità delle arance prodotte in questo angolo remoto del nord-est del Tigray, a pochi chilometri dal confine con l’Eritrea. Una zona ribattezzata “piccolo Tibet” dallo studioso Paul Henze, in omaggio alla bellezza e al mistero di queste montagne fiabesche, baluardo dell’altopiano etiope che poco più a oriente precipita nella grande depressione della Dancalia. Continue reading »

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Santiasco

11-9 la Moneda

“Estate” 2004. A luglio rimetto nel cassetto il costume da bagno, e infilo nello zaino guanti e sciarpa. Per le strade di Santiago del Cile -Santiasco per i suoi aficionados (asco in spagnolo vuol dire “nausea, schifo”)- è un inverno gelido da scaldare a colpi di piscola, il più popolare dei cocktail a base del bruciabudella nazionale, il pisco. Di giorno lavoro alla Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (Cepal), un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere lo sviluppo dei Paesi dell’America centrale e meridionale. Di notte vado a scuola di cileno.
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