Addis Abeba Social Club – Africa 7/2016

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A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, Addis Abeba era chiamata la “swinging city”. Il soul e il funky, James Brown e Sam Cooke, i costumi libertini e la fame di libertà degli hippie, la rivoluzione culturale del Sessantotto erano arrivati anche sull’altopiano etiope, che li aveva accolti a modo suo, etiopizzandoli per istinto. Tolta la divisa inamidata della “Imperial Body Guard Band” di Haile Selassie, lasciati i teatri e le sale da ballo in cui si esibivano per lavoro, Mamhoud Amhed, Telahun Gessese, Alemayo Eshete e tanti altri giovani musicisti etiopi indossavano i loro pantaloni a zampa d’elefante per passare la notte al Patrice Lumumba, locale d’avanguardia nel quartiere popolare di Wube Braha. Tra fiumi d’alcool e prostitute in minigonna, la nuova generazione innestava i ritmi incalzanti d’oltreoceano sulle scale pentatoniche e sul pathos della tradizione musicale abissina. Nasceva così una miscela di suoni che più tardi avrebbe fatto fortuna in Europa e nel resto del Mondo grazie alla serie Ethiopiques.

Al Patrice Lumumba ragazze e alcool ci sono ancora, ma oggi a suonare è rimasto solo un vecchio jukebox mentre lo storico locale rischia di sparire per sempre. Addis avanza verso la modernità a ritmo straordinario e per far spazio a una skyline degna di una capitale globale i quartieri popolari delle aree centrali della città vengono rasi al suolo uno dopo l’altro. Così Wube Braha, “il mio meraviglioso deserto”, rischia di fare la fine di Erii Bekentu, “anche se urli nessuno ti sente”, area malfamata quanto popolosa di cui è rimasto in piedi solo qualche muro cadente. Oggi ai margini del vecchio quartiere si vendono porte, cancelli e quant’altro sia scampato alle ruspe del governo. In cima alla spianata, gli scheletri dei nuovi condomini in cemento avanzano sui resti delle baracche di terra, legno e lamiera. Presto saranno pronti per ospitare la classe emergente abebina.

Inserita di recente dal New York Times e dalla Lonely Planet tra le città più interessanti da visitare al mondo, Addis è il simbolo del rinascimento africano: nuovi grattacieli in vetro-cemento spuntano come funghi, gli ultimi modelli di Suv si fanno largo attraverso una rete autostradale sempre più ampia e la metropolitana di superficie inaugurata da qualche mese non sembra sufficiente ad arginare la frenesia che si è impossessata della città. Oltre a crescere in verticale, la capitale si estende su una superficie sempre più vasta: oggi lo sguardo non riesce a coprirla neppure dalla cima di Entoto, la montagna da cui l’Imperatore Menelik II e sua moglie Itegue Taitu discesero con le loro tribù di guerrieri per fondare Addis Abeba, “il nuovo fiore”.

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L’improvviso boom che ha investito l’Etiopia – la crescita del Pil negli ultimi due lustri è oscillata tra l’8 e il 10 per cento annuo – ha accelerato il processo di urbanizzazione, attirando nella capitale un’immigrazione interna sempre più consistente: dai 3milioni d’abitanti del 2010, Addis dovrebbe raggiungere gli 8milioni entro il 2025. Oltre a demolire gli “insediamenti informali” – secondo Un Habitat, l’80% della città è occupato da “slums” – il governo federale ha avviato il Grand Housing Program, che prevede la costruzione di migliaia di condomini popolari. Soltanto nella capitale, 75mila nuovi appartamenti sono già stati assegnati ai loro proprietari mentre altri 200mila sono in cantiere. Le varie formule -10/90, 20/80 e 40/60 – prevedono che si anticipi una percentuale del prezzo dell’immobile e si cominci a pagare da subito il resto a rate, per ricevere la propria casa dopo alcuni anni. Un’opportunità straordinaria per chi finora ha avuto accesso soltanto ai piccoli prestiti erogati a rotazione con il sistema dell’eder e dell’ekub, modeste “istituzioni finanziarie” di quartiere. Un mutuo cui però può accedere solo una piccola parte della classe popolare, ancora ostaggio di una politica salariale pensata più per attirare capitali stranieri che non per sviluppare una classe media in grado di affrontare il “salto” verso la modernità.

Il sogno dei condos, così come quello di un’Etiopia finalmente moderna, resta comunque pulsante e diffuso. A ogni nuovo bando le banche vengono inondate da fiumi di gente. Finora hanno fatto richiesta di un appartamento oltre 450mila famiglie. I nuovi condos sono quasi tutti costruiti a schiere in piena campagna, distanti decine di chilometri dal cuore sociale ed economico della città. Così anche chi può permettersi l’anticipo e le rate del mutuo si ritroverà ad abitare a ore di macchina dalla zona dov’è cresciuto e lavora. In una città dove poveri e ricchi hanno sempre vissuto fianco a fianco, l’emarginazione delle classi meno abbienti rischia d’incrinare un sistema che ha garantito finora la pace sociale a dispetto di una crescente disparità finanziaria. Se poi sull’altare della modernità continueranno a venire sacrificati i più deboli – espropriati con indennizzi irrisori della propria casa o negozio per far spazio a strade, ferrovie, centri commerciali – e pochi “eletti” si divideranno la crescente ricchezza del Paese, l’isola felice dell’Africa orientale potrebbe essere assorbita nella spirale di violenza e instabilità in cui annaspano gli altri Paesi del Corno.

Addis Abeba Social Club - Africa 7-16-3Questi orizzonti nefasti non hanno eco in Etiopia, dove al contrario si respira un entusiasmo contagioso. Mentre all’estero per celebrare il miracolo economico etiope si torna a parlare di una “swinging Addis”. Al Jazzamba – famoso locale della scena Ethio-jazz, distrutto da un incendio un anno fa – il vecchio leone Alemayo Eshete cantava accompagnato dal giovane pianista Samuel Yirga, stella emergente della World-music, e da altri musicisti etiopi che hanno studiato negli Stati Uniti. “L’Elvis Presley d’Etiopia”, così veniva chiamato Alemayo negli anni Settanta per i movimenti pelvici e molleggiati con cui è solito accompagnare il suo canto, non ha perso il suo smalto giovanile e la sua vivacità. Le sue vecchie canzoni continuano a entusiasmare il pubblico, che va in visibilio quando sul palco fa qualche mossa rock’n’roll o alza e abbassa le spalle accennando l’eksesta, la danza etiope più viscerale. In Addis Ababa bete – il suo più grande successo – Alemayo canta l’amore per il gorabet, il “vicinato”, entità ai primi posti della classifica di valori di un etiope. La sua musica è intrisa dell’orgoglio di un popolo intero, che nonostante la povertà non ha mai smesso di camminare a testa alta, che non ha paura di una modernità dalla lingua biforcuta perché forte delle proprie intramontabili tradizioni e di una storia straordinaria. Alle sue spalle, i dreadlock raccolti in un capellino da baseball, Samuel Yirga fa danzare le dita sulla tastiera con l’esperienza di un veterano. In patria non può vantare la popolarità di Alemayo ma all’estero è già molto conosciuto per avere mischiato con i Dub Colossus elettronica e dub a canti e timbri degli strumenti etiopi. Prodotto con l’etichetta Real World di Peter Gabriel, il suo primo album da solista si chiama Guzo ed è un “viaggio” attraverso la tradizione musicale dell’Etiopia rivisitata nella chiave di un jazzista moderno. Grazie al successo ottenuto – il disco è in cima alle classifiche mondiali di World-music – Samuel ha il mondo spalancato davanti a sé. Potrebbe accettare l’invito di Peter Gabriel e trasferirsi a Londra, dove avrebbe a disposizione uno studio di registrazione all’avanguardia in cui giocare con la sua musica. Ha deciso invece di rimanere in patria, dove continuerà a cercare l’ispirazione per il suo lavoro tra i canti dei musicisti girovaghi degli altopiani, la musica popolare delle grandi celebrazioni religiose, le frontiere ancora inesplorate della periferia musicale del suo Paese. Ascoltando Samuel e la nuova generazione di musicisti etiopi esibirsi insieme al vecchio leone Alemayo si ha l’impressione di assistere a un sodalizio straordinario: l’Addis Abeba Social Club. Che la musica possa essere ancora una volta l’esempio per trovare – a colpi di soul, folk e jazz – una sintesi tra modernità e tradizione?

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