Delirio di una notte di mezzo inverno

“Stronzate, queste sono solo stronzate, compagno!”, grida il roscio(bruno) che sembra uscito da Sotto gli occhi dell’Occidente di Conrad. “Se questo è il dibattito, me ne vado!”, gli fa eco il barbuto che è stato interrotto, mentre infila indispettito la scala verso l’uscita dell’Auditorium. Il roscio lo insegue di corsa sulla rampa parallela – per guadagnare la porta deve prima scartare un vecchietto cianotico rimasto spalmato sui gradini per l’intero dibattito a causa di una storta alla caviglia rimediata proprio in apertura – chissà se per riappacificarsi fuori dalla sala o per fargli saltare i timpani a cazzotti come il mostruoso Nikita fa col povero Razumov. Sul palco Christian Raimo, più esausto che allibito, coglie la giacca al balzo per andarsene finalmente a dormire. Siamo ospiti dei sotterranei dello Spin Time, che in questa notte di mezzo inverno – fuori tira una tramontana gelida, invito mancato a rimanermene a galla nella deliziosa zuppa di mia moglie – ha proiettato il documentario D’istruzione pubblica, maldestro tentativo di analisi delle pessime acque in cui sta affondando la scuola pubblica italiana. Se in sala volano gli stracci, forse è perché chi vive la scuola avverte il naufragio sempre più prossimo.

Il lavoro dei registi Federico Greco e Mirko Melchiorre – unico dei due presente sul palco – è il terzo capitolo di una trilogia dedicata ai danni del neoliberismo. Un film nato già vecchio, che si affida senza alcun contraddittorio al suo protagonista indiscusso, il preside Lorenzo Varaldo – anche lui tra i relatori – reso famoso, alla fine del secolo scorso, dal “manifesto dei 500”, il movimento che si è battuto contro la riforma della “autonomia scolastica”. L’impressione lasciata a molti spettatori è un richiamo a un fantomatico passato glorioso, in cui – concedendosi un pizzico d’ironia – il corsivo era antidoto di ogni male.

Il professore seduto accanto a me, che non smette di pulire lo schermo dello smartphone con la kefiah appesa al collo, è infastidito soprattutto dalla poco velata contestazione al processo di “inclusione seduttiva” – parole di Varaldo – degli studenti con diversa abilità. In effetti, in uno dei passaggi più inquietanti del documentario, durante un collegio docenti presieduto dal solito preside, un’anziana professoressa racconta come la sua fortuna di dislessica sarebbe stata la mancanza delle certificazioni, che a suo dire le avrebbe permesso di cavarsela da sé, alla pari con gli altri. Incalzato sull’ambiguità della scena, l’unica di tutto il film in cui si parli di disabilità, Melchiorre perde le staffe: “Invece di sparare cazzate, perché non parlate dello scandalo dei docenti di sostegno, che fanno quel lavoro solo per guadagnarsi il ruolo. Se volete saperla tutta, ho un figlio disabile e anche per questo ho insistito perché la scena andasse nel montaggio finale”. Verrebbe da chiedergli perché, in un Paese che vanta un primato legislativo in tema di sostegno ai bisogni speciali degli studenti e all’inclusione (la 517 ha quasi 50 anni, mentre in Francia e Spagna, a esempio, ci sono ancora le classi differenziate) non abbia voluto approfondire il tema della formazione/competenza dei docenti di sostegno invece di dedicargli quell’unico inquietante intervento.

Non si tratta però dell’unica mancanza. Il documentario infatti infastidisce soprattutto per quello che sceglie di non raccontare. Per le tante, troppe, emergenze della scuola di oggi che vengono ignorate in modo sistematico. Non una parola sul collasso dei finanziamenti statali alla scuola pubblica, mentre crescono quelli alle scuole private. Neppure un accenno alla precarietà devastante in cui viene lasciato marcire un terzo del corpo docente nazionale, nell’indifferenza dei sindacati. Né al mercato delle certificazioni prezzolate con cui i precari sono spinti a scalare le graduatorie per le supplenze, riempiendo le casse delle università telematiche. Così in cattedra arriva chi ha speso di più, mentre esperienza e concorsi vinti contano sempre meno. Il tutto a danno degli studenti e del livello d’istruzione del Paese. Un suicidio collettivo, orchestrato alla perfezione. Peccato che in D’istruzione pubblica non se ne faccia parola.

Nel marasma generale in cui finisce per affondare anche il dibattito che accompagna la proiezione, si distingue la calma stoica di Chiara Colangelo, studiosa seria e impegnata, invitata sul palco per la sua competenza. Nel suo unico breve intervento di apertura aveva spiegato come “l’autonomia scolastica” – origine di tutti i mali della scuola, secondo l’analisi del documentario – negli anni Settanta fosse al contrario una rivendicazione progressista, il desiderio di una maggiore libertà d’insegnamento sganciata dai dettami centralizzati dello Stato. Peccato abbia finito per parlare meno di tutti.

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