Camminando per le strade del centro di Addis Abeba, lo sgomento è più grande della tristezza. Nel giro di qualche anno appena, il cuore pulsante della città, i suoi quartieri più popolari e vivaci, sono stati rasi al suolo uno dopo l’altro, per lasciar spazio a migliaia di grattacieli vuoti, tributo alla speculazione immobiliare che ha investito la capitale etiope come un terremoto. Dove sorgeva il quartiere di Doro Manekia (in amarico, quello degli “strozza polli”) – con le sue macellerie, i barbieri, le botteghe artigiane del cuoio, i mulini di farine e spezie, il laboratorio del più bravo liutaio della città, i piccoli suk e le minuscole stanze di tolleranza – oggi c’è il mastodontico cantiere dell’ennesimo monolite cinese, un palazzo che da solo occupa oltre la metà della superficie che prima ospitava le dignitose baracche di migliaia di cittadini. Dall’altro lato di Haile Selassie road, la via un tempo famosa per le piccole gioiellerie, dove il terreno degrada verso le sponde del fiume Kechene, Sarategna sefer (il “quartiere dei lavoratori”) è stato sgomberato e demolito – si racconta che gli edifici di maggior pregio siano stati smontati pietra a pietra dagli abitanti in fuga dalle ruspe – per far posto a un parco urbano fatto di aiuole asfittiche, giostre di plastica colorata e tanto di cascata artificiale.
Siamo a Piassa, l’area centrale della città in cui armeni, greci, italiani e indiani contribuirono all’edificazione della capitale sognata 140 anni fa dall’imperatrice Itegue Taitu. Una zona dove ricchi e poveri hanno sempre vissuto fianco a fianco, garantendo attraverso commerci spesso informali e larghe reti di solidarietà la pacifica coesistenza degli abebini. Una realtà spazzata via dalla speculazione immobiliare, che con la complicità del governo sta relegando in estrema periferia gli abitanti più poveri. Per favorire l’esodo, l’amministrazione offre infatti agli sbaraccati una serie di mutui a tassi agevolati, per acquistare un appartamento nelle distese di condomini costruiti negli ultimi anni tra le campagne: immobili scadenti e sopravvalutati dalla “bolla” gonfiata dagli speculatori, il cui valore è destinato a collassare in breve, lasciando sulle spalle della classe media i debiti contratti con le banche governative. Ancora peggio è andata a chi invece viveva in una casa sened alba, cioè “senza documenti”, ma riconosciuta comunque da vari enti governativi cui, a esempio, il possessore pagava le utenze: per loro il governo non ha previsto alcun indennizzo, abbandonandoli letteralmente in mezzo a una strada. Sgomberi e demolizioni avvengono con un preavviso di qualche giorno appena, contribuendo ad alimentare il panico che si è impossessato della città.
Riprendo fiato davanti a un macchiato nello storico Tea Room, unico caffè sopravvissuto lungo la Haile Selassie road. Un anziano cameriere, abituato alla mia curiosità da ormai 15 anni, suggerisce che non è più il caso di andarmene in giro con un’enorme macchina fotografica. “Di questi tempi, la memoria è diventata un problema, meglio se la smetti di far foto ricordo”, mi intima mentre gli punto addosso l’obiettivo con un sorriso. In effetti, Addis è sempre meno una città per curiosi: centinaia di giornalisti locali sono finiti in carcere soltanto per aver raccontato la sorte degli sbaraccati, mentre i loro colleghi internazionali più validi sono stati espulsi a suon di fogli di via. Quello che è accaduto a Piassa si sta infatti ripetendo in tante altre zone. Come Kazanchis, il quartiere delle “case Incis” costruite dagli italiani durante l’occupazione fascista, o Bella, la zona collinare dove ha sede anche la nostra ambasciata. Sono le fasi in corso del “Corridor Development Project” e del “River Side Park”, progetti finanziati con miliardi di dollari di nuovo debito pubblico – in un Paese già sull’orlo della bancarotta finanziaria – che nella narrazione del governo rappresentano “uno sviluppo visionario, che promuove una vita moderna con design sostenibile, residenze di lusso e vibranti spazi pubblici, mettendo insieme eleganza, innovazione e comunità nel sereno scenario etiope”. Una città esclusiva, progettata e costruita per attrarre nuovi ricchi cittadini, che sulle macerie delle comunità popolari sta innalzando una skyline degna della capitale diplomatica dell’Africa.
Una dinamica che aggrava una situazione già drammatica: l’inflazione alimentata dalla continua svalutazione del birr, che vale un terzo rispetto a 3 anni fa, e la disoccupazione dovuta a un forte rallentamento della crescita economica e alla crescente sfiducia degli investitori esteri, hanno ridotto sul lastrico la stragrande maggioranza dei cittadini. Secondo la Banca Mondiale il 43% della popolazione vive in estrema povertà, una percentuale che nel 2016 era del 33%. Lo scorso settembre, quando veniva finalmente inaugurata la Grand Ethiopian Renaissance Dam – il più grande impianto idroelettrico africano, finanziato per intero dalla popolazione etiope – la Ethiopian Electric Utility annunciava il raddoppio delle sue tariffe di consumo. Nell’ottica del governo l’incremento della tassazione – su gasolio e benzina, abitazioni e altre proprietà immobiliari, redditi e valore aggiunto – è l’unico rimedio al collasso finanziario imminente. “Una questione di vita o di morte” come ha spiegato il ministro delle finanze, Ahmed Shide, presentando il budget per l’anno in corso. Di riflesso, quasi 500mila piccole e medie imprese sono state costrette a chiudere i battenti: nell’ultimo anno, oltre l’80% delle licenze commerciali non è stato rinnovato. Chi resiste ha dovuto dipingere le facciate di grigio a strisce bianche, nuovo canone estetico scelto per l’intera città, e applicare tanti piccoli led a luce ghiacciata, tutto a proprie spese. I negozi devono inoltre rimanere aperti e illuminati almeno fino alle 10 della sera, quando le strade sono già deserte da un pezzo. Addis deve splendere anche di notte perché il premier Abiy Ahmed, Nobel per la Pace nel 2019, ha sempre più paura del buio.


