Acqua rovente – Messaggero di Sant’Antonio 12/2016

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Il Kashmir “indiano” vive una delle peggiori stagioni di violenza degli ultimi vent’anni. Da mesi, le manifestazioni popolari per l’indipendenza dall’India vengono represse nel sangue dalla polizia, che ha imposto il coprifuoco per le strade. Lungo la “linea di controllo” – l’area che fa da cuscinetto tra il territorio sotto la giurisdizione indiana e quello amministrato dal Pakistan – si moltiplicano inoltre gli scontri tra i militari delle 2 potenze nucleari. Un contesto che si fa sempre più preoccupante. Negli ultimi anni infatti, la disputa per la terra – già causa di 4 campagne militari tra India e Pakistan – si sta trasformando in un conflitto per le risorse idriche. Sulle montagne di questa regione nascono l’Indo e i suoi affluenti. Corsi d’acqua non soltanto indispensabili ad alimentare le coltivazioni dei 2 Paesi, ma che rappresentano sempre di più una preziosa fonte di energia. Soprattutto l’India ha puntato con decisione sullo sviluppo del settore idroelettrico – nei piani del governo dovrebbe arrivare a coprire il 40% del fabbisogno energetico interno – disseminando di dighe l’intera dorsale himalayana. Ma la proliferazione degli impianti in Kashmir sta spingendo la tensione con il Pakistan oltre i livelli di guardia. Come ha riconosciuto anche il rapporto del senatore statunitense John Kerry, Avoiding Water Wars in Southern and Central Asia, le nuove dighe in costruzione sul corso dei fiumi Jhelum, Sutlej e Chenab (3 dei principali affluenti del’Indo) consentirebbero infatti all’India di bloccare l’approvvigionamento idrico da cui dipendono circa l’80% dell’agricoltura pakistana e oltre 50 milioni di contadini. Ad aggravare la situazione contribuisce anche il riscaldamento climatico: secondo uno studio olandese, a causa del progressivo ritiro dei ghiacciai dell’Himalaya, la portata dell’Indo è destinata a diminuire dell’8% entro la metà del secolo.

A regolare i diritti sulle acque del Kashmir sono i 12 articoli dell’Indus Water Treaty (Iwt), voluto dalla Banca mondiale e sottoscritto nel 1960 da India e Pakistan “in spirito di buona volontà e amicizia”: i 3 fiumi orientali (Beas, Ravi e Sutlej) sono sotto il controllo indiano, mentre i 3 fiumi occidentali (Indo, Chenab e Jelhum) sono di pertinenza pakistana. In realtà però, in prossimità delle rispettive sorgenti, i 6 fiumi scorrono tutti fra le valli del Kashmir indiano. Così dagli anni Novanta il governo di New Delhi studia le more dell’Iwt per sfruttare anche le acque destinate al Pakistan. “Non abbiamo nessuna intenzione di interrompere o di ridurre il flusso idrico pakistano. Una volta passata attraverso le turbine degli impianti idroelettrici ogni goccia d’acqua viene puntualmente restituita al corso dei fiumi”, ha assicurato a Time il commissario indiano per il bacino dell’Indo, G. Aranganathan. In Pakistan però da tempo la questione infiamma gli animi e alimenta la propaganda anti-indiana. Nel 2010 un corteo di contadini del Punjab pakistano marciò per le strade di Lahore contro il “terrorismo indiano dell’acqua”. A guidarli era il leader fondamentalista Hafiz Saeed, considerato la mente dell’attacco terroristico che nel 2008 colpì Mumbai (sulla sua testa pesa una taglia statunitense da 10 milioni di dollari). Ma anche Hamid Gul, ex capo dei servizi segreti pakistani, non è da meno quando incita il governo a “mostrare determinazione e far saltare le dighe indiane”. Certa stampa poi cavalca con entusiasmo l’onda di risentimento e mette in guardia l’India: “l’acqua può causare una nuova guerra, che questa volta sarebbe nucleare”.

Il Pakistan non sembra disposto a cedere alle provocazioni degli estremisti, ma finora le vie diplomatiche non hanno portato buoni risultati. I ripetuti appelli alle istituzioni internazionali sulle presunte violazioni indiane degli accordi sottoscritti nell’Iwt sono stati tutti rigettati. Tra le altre è arrivata anche la sentenza finale della International Court of Arbitration dell’Aja sulla diga di Kishanganga, che ha riconosciuto all’India il diritto di portare a termine la costruzione dell’impianto sull’omonimo affluente del fiume Jhelum. L’opera dovrebbe essere ultimata ed entrare in funzione già nei prossimi mesi.

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Oltre alle proteste pakistane, la costruzione dell’impianto idroelettrico di Kishanganga continua però a suscitare forti critiche anche in India. La diga (già completa per l’80%) è stata innalzata nella remota regione del Gurez, a pochi chilometri dalla “linea di controllo”. Da lì, le acque del Kishanganga verrebbero convogliate in una serie di tunnel sotterranei che sfociano nell’impianto costruito a monte del villaggio di Kralpora, 5 chilometri a nord della cittadina di Bandipora, nei pressi del lago Wular. L’opera causerebbe l’allagamento e la scomparsa di decine di villaggi, tra cui quelli dell’antica tribù dei Dard-Shina. Come riconosce anche il governo indiano, pronto a pagare una compensazione maggiore per l’esproprio di queste terre rispetto a quelle più fertili dell’area di Bandipora, il rischio è che il trasferimento dei Dard-Shina dai villaggi del Gurez nei campi allestiti presso Srinagar possa comportare l’estinzione di una cultura millenaria. Alla tribù appartengono infatti gli ultimi discendenti degli Aryans che popolavano originariamente il Gurez, mentre lo shina è la lingua da cui si ritiene derivi il sanscrito. Nell’area che verrebbe sommersa dalla diga ci sono inoltre siti di immenso valore archeologico, come quello di Chilas, dove sono state scoperte centinaia di iscrizioni rupestri in tibetano, ebraico, brahmi e kharoshthi, o quello di Kanzalwan, dove si ritiene abbia avuto luogo l’ultimo concilio buddhista.

Sono passati oltre 50 anni da quando, nel 1963, Jawaharlal Nehru, compagno del Mahatma Ghandi e leader storico dell’India indipendente, inaugurò il primo colossale impianto idroelettrico indiano: la diga Bhakhra sul fiume Sutlej venne presentata alla popolazione come “un tempio dell’India moderna”. Nel disegno di Nehru le dighe avrebbero dovuto portare acqua corrente alle famiglie indiane, irrigare i campi coltivati, fornire energia all’industrializzazione del Paese. Da allora sono stati costruiti oltre 5mila impianti idroelettrici, che hanno causato la scomparsa di migliaia di ettari di foresta e lo sfollamento di una popolazione stimata in oltre 60milioni di persone.

Oltre agli immensi danni causati agli ecosistemi e alle popolazioni dell’Himalaya, l’industria idroelettrica indiana si distingue per la sua inefficienza: il 90% degli impianti idroelettrici operativi in India non produce i livelli d’energia promessi in fase di realizzazione. Negli ultimi 20 anni, mentre la dimensione del settore è cresciuta a un ritmo medio di circa il 5% all’anno, il tasso di rendimento è crollato di un quarto. I nuovi impianti completati nel 2015, a esempio, hanno aumentato la potenza installata è di quasi 2mila MW, ma il rendimento generato è al contrario calato di oltre 1600 milioni di unità (un’unità corrisponde a un kilowatt-ora) rispetto al 2014. Gli impianti rimangono spesso fermi sia nella stagione monsonica, per l’accumulo di sedimenti, sia in quella secca, a causa dello scarso flusso d’acqua. Inoltre le grandi distanze che intercorrono tra i centri di produzione sull’Himalaya e i luoghi di consumo – le megalopoli della grande pianura indiana – fanno si che la maggior parte dell’energia prodotta si disperda lungo le linee di trasmissione.

Inefficienza, devastazione ambientale, massicce campagne di sfollamento coatto. Le evidenti contraddizioni di questa forma di produrre energia “pulita” non sembrano però mettere in discussione un settore che può vantare un solido sostegno finanziario e politico. Oltre che da Asian Development Bank e Banca mondiale, i capitali arrivano da diverse banche internazionali e da una lunga serie d’investitori privati (tra cui Salini Impregilo, Siemens, Kaerner, Abb, Escher Wyss, Bhel). Appena insediato come nuovo Primo ministro, Narendra Modi si è subito impegnato in un tour diplomatico dedicato a rilanciare l’idroelettrica in patria (4 nuovi impianti solo in Kashmir) e all’estero (soprattutto nei vicini Nepal e Bhutan). La diplomazia indiana lavora inoltre affinché i grandi impianti idroelettrici vengano inclusi tra le fonti di energia rinnovabile (finora lo sono soltanto gli impianti fino a 25 MW) in modo da garantire accesso ai fondi e benefici internazionali previsti per l’energia “verde”. Neanche lo spettro di una guerra nucleare sembra sufficiente a fermare la potente lobby dell’energia idroelettrica.

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