Africa, reti pirata – Popoli 10/2009

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1copertina Reti pirata Popoli I più abili pescatori dell’Africa occidentale vivono su una lingua di sabbia contesa tra le onde dell’Atlantico e il placido estuario del fiume Senegal, la Langue de Barbarie. Un piccolo ponte collega le strade silenziose e le fatiscenti residenze coloniali di Saint Louis – antica capitale dell’impero francese d’Africa – coi vicoli elettrici e le baracche colorate di Guet-Ndar, il quartiere dei pescatori. Qui, gli uomini hanno diverse mogli e dozzine di figli. Sciami di bambini urlanti rincorrono caprette terrorizzate, o scimmiottano “Bombardier” e Yekini – eroi della lotta tradizionale – usando come ring le montagne di reti da pesca che gli adulti sono impegnati a ricucire. Domani, i piccoli costituiranno l’equipaggio delle piroghe che i più fortunati tra i loro padri saranno riusciti a costruire con una vita di risparmi. Oppure lavoreranno sulla barca di qualcun altro. Per chi nasce su questa costa, non c’è alternativa: il mare è condanna e salvezza.

Sulla sponda atlantica della Langue, stormi di gabbiani in volo rado si contendono le teste di pesce di cui è tappezzato il bagnasciuga, scarto delle marmitte fumanti su cui sono riverse le donne impegnate a preparare il tradizionale tieboudienne (riso con pesce e verdure). Ma è la riva del fiume quella dove si concentra l’attività commerciale: ogni giorno centinaia di piroghe scaricano quintali di pescato, che viene diviso tra i rustici impianti per l’essiccamento sistemati lungo la riva e i camion in attesa sulla stradina asfaltata più in alto. Pressato in sacchi di iuta, il pesce secco viaggerà lentamente verso i mercati dell’Africa interna. Le specie di maggior pregio invece, conservate in ceste ricolme di ghiaccio, prenderanno la via spedita dei mercati più ricchi.

Passeggiando lungo l’estuario del Senegal, tra le piroghe che fanno ritorno dall’Oceano è facile incontrare imbarcazioni “targate” Nouakchott, capitale della vicina Mauritania. Impoverite da decenni di sovra sfruttamento, operato soprattutto dai pescherecci industriali stranieri, le acque di Saint Louis non sono più in grado di sostenere la flotta locale. Così molti pescatori di Guet-Ndar, per non tornare colle reti vuote, sono costretti a far rotta sulle acque mauritane, dove la pressione sulle risorse ittiche è minore e il mare ancora straordinariamente pescoso. “Alcuni riescono a comprare una delle 300 licenze che ogni anno il governo mauritano mette a disposizione dei pescatori senegalesi – spiega Mamadou Sy, direttore del Service des peches di Saint Louis – Ma la maggior parte fa accordi sottobanco con imprenditori mauritani. Questi si occupano dell’immatricolazione e della licenza di pesca, e comprano al prezzo di mercato quello che le piroghe senegalesi riescono a pescare nelle acque mauritane. Per i pescatori senegalesi è un accordo rischioso: se qualcosa va storto, il mauritano potrebbe rivendicare la proprietà della piroga”.

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A ingaggiare i fenomenali pescatori di Saint Louis non vengono soltanto dalla Mauritania. C’è chi fa molta più strada. Nei vicoli di Guet-Ndar, tra genti color ebano avvolte in completi vivaci o nelle cerate da pesca, capita d’incrociare gli occhi sottili degli intermediari coreani. Grondanti sudore e con l’aria persa di chi si trova in un universo troppo distante dal proprio, battono il quartiere in cerca dei pescatori più esperti. Ad accompagnarli tra le baracche, ci sono sempre un paio di faccendieri locali, impiegati come guide e interpreti. A ogni missione i coreani contrattano tra 40 e 50 piroghe complete di equipaggio, per un totale di oltre 200 pescatori. Le piccole imbarcazioni senegalesi vengono caricate nel ventre scuro degli enormi pescherecci coreani, mentre gli uomini sono sistemati in una serie di minuscole cellette appositamente costruite sul ponte della nave. Per mesi questi loculi angusti, così bassi che si può accedervi solo gattoni, saranno il ricovero notturno dei pescatori senegalesi.

I “bateax ramasseurs”, chiamati così perché “ramazzano” le piroghe, fanno rotta sulle acque meno controllate dell’Africa occidentale: Guinea Conakry, Liberia, Sierra Leone, Angola, Gabon. Le piroghe vengono liberate in alto mare, ognuna con a bordo 5 o 6 pescatori armati di lenza, che per tutto il giorno daranno la caccia alle specie di maggior pregio. I proprietari della nave forniscono lenze e ami, e una ciotola di riso al sorgere e al calare del sole. Al termine di ogni giornata lavorativa, i senegalesi consegnano quanto pescato ai coreani, che pagano un prezzo stabilito prima della partenza da Saint Louis. Spesso però gli accordi non vengono rispettati, e può capitare che i pescatori siano abbandonati sulle loro piroghe a centinaia di miglia da casa.

A far man bassa nelle acque della costa occidentale d’Africa, i bateux ramasseurs coreani non sono soli. Già nel secolo XV, i portoghesi avevano scoperto il potenziale del “mare più pescoso del mondo”. Ma fu Henry Bruno, un veterinario francese, il primo ad avviare lo sfruttamento intensivo di queste acque, creando nel 1924 la Société industrielle de la grande peche. Da allora europei, cinesi, coreani e giapponesi non hanno dato tregua a queste coste, saccheggiando le risorse ittiche africane senza scrupolo. Il diritto allo sfruttamento delle acque può essere comprato, facendo leva sulla cronica mancanza di mezzi e risorse finanziarie dei governi locali. Ma per ingrassare i profitti molte imbarcazioni straniere pescano senza licenza. I Paesi che affacciano sulla costa non dispongono di mezzi adeguati alla sorveglianza delle proprie acque territoriali, e i pescherecci pirata possono operare quasi indisturbati.

La pesca illegale è basata sulla strategia della confusione. Per evitare di essere riconoscibili, gli armatori senza permessi occultano l’identità dei propri pescherecci. Le navi sventolano una “bandiera di convenienza”, che può essere facilmente acquistata (anche via internet) nei registri di molti Paesi, come Panama, Belize, Honduras. La bandiera e il nome dell’imbarcazione vengono poi cambiati di continuo, una tecnica conosciuta come “flag hopping”. Oltre a nascondersi dietro falso nome, chi pesca illegalmente si adopera per rendere impossibile la tracciabilità del proprio prodotto. Il pescato delle imbarcazioni senza licenza viene inscatolato in cartoni contrassegnati con i dati di altri pescherecci in regola, appartenenti allo stesso armatore. Oppure si utilizza la tecnica del “transshipping”: il pesce viene trasbordato già in alto mare, confondendosi con altro pescato nelle celle frigo dei cargo diretti alle Canarie. Il transshipping è una pratica diffusa anche tra i pescherecci che vantano una regolare licenza: trasbordando lontano dai porti africani possono infatti eludere i fastidiosi controlli della marina locale, commerciando senza problemi anche il pescato che viola i limiti quantitativi e qualitativi previsti dagli accordi di licenza.

Il pescato pirata proviene spesso da imbarcazioni colla licenza. Pesce catturato con metodi proibiti per il loro impatto ambientale distruttivo, come lo strascico o le reti troppo fitte. Oppure pescato nelle acque riservate ai pescatori artigianali o in zone protette, come le aree di riproduzione e i parchi naturali. “I pescherecci stranieri approfittano del calare della notte per invadere le acque riservate a noi – racconta Pain Fall, pescatore del villaggio senegalese di Yoff – Per non essere scoperti navigano senza utilizzare le luci. Capita così che non si accorgano della presenza delle nostre piroghe sulla loro rotta. Gli incidenti sono frequenti, e quando va bene ci rimettiamo le reti o la barca. Alcuni pescatori hanno perso anche la vita. Il governo non fa nulla per proteggerci, e continua a vendere licenze di pesca agli stranieri. Il pesce che prima s’incontrava a 200 metri dalla costa, oggi si trova a chilometri di distanza e servono 2 barili di gasolio per raggiungerlo. Siamo ridotti così male che alcuni di noi sono costretti a divenire complici dei pescherecci pirata. Chi possiede una piroga, ma non può più permettersi l’acquisto delle reti e delle altre attrezzature, lavora come intermediario: acquista sottocosto dagli stranieri il pescato fuori licenza, e lo rivende sul mercato come fosse il proprio”.

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Per gli ecosistemi e le economie africane i danni provocati dalla pesca illegale sono drammatici. Secondo le stime della Food and agricolture organisation (Fao), a livello globale l’80% delle risorse ittiche sono a rischio d’estinzione, sovra sfruttate o in declino. Il Fishery committee for the eastern central Atlantic (Cecaf), l’organizzazione deputata a valutare lo stato delle risorse ittiche lungo la costa occidentale d’Africa, indica calamari, seppie, orate, emulidi, gamberi rosa e alcuni tipi di granchio tra le specie a rischio d’estinzione. Considerando l’intera Africa sub-sahariana, il danno economico provocato dalla pesca pirata è stimato in un miliardo di dollari all’anno. Tra i Paesi più colpiti ci sono la Guinea Conakry, che secondo i calcoli del Departement for international development perderebbe 110milioni di dollari ogni anno, e la Sierra Leone, dove la media annuale si aggirerebbe intorno ai 30milioni di dollari. Uno scenario ancor più apocalittico, se si considera che l’Atlantico da lavoro a una grossa fetta della popolazione costiera e che il pesce è la principale fonte di proteine della regione sub-sahariana.

Motore della pesca illegale è la domanda dei mercati finali. L’Europa, le cui acque soddisfano appena il 40% della domanda interna, è il più grande importatore mondiale. Secondo le stime della Commissione europea, ogni anno arriverebbero sui mercati interni 1100milioni di euro di pesce pirata. Per il Wwf la metà del pescato che finisce sulle nostre tavole sarebbe di provenienza illegale. Organizzazioni come Environmental justice foundation e Greenpeace hanno ampiamente documentato come molti dei pescherecci cinesi o coreani, che dominano la pesca illegale nelle acque dell’Africa occidentale, possano vantare la registrazione sulle liste del Directorate-general of health and consumers (DG Sanco), l’organo della Commissione europea che si occupa di stabilire chi rispetta gli standard igienici necessari a esportare sul mercato interno.

Snodo cruciale della pesca pirata è il porto di Las Palmas de Gran Canaria, il più noto “porto di convenienza” d’Europa. Alle Canarie, il pesce illegale subisce l’ultimo “lavaggio” prima di essere riversato sui mercati finali. Gran parte di quanto pescato in Africa occidentale viaggia direttamente qui, senza mai toccare i porti africani. A Las Palmas ci sono solo 5 ispettori portuali per un transito annuale medio di 360mila tonnellate di pesce. Le compagnie scaricano, immagazzinano o trasbordano praticamente senza subire controlli. Così è facile mischiare il pesce pirata con quello legale, o far passare per pesce europeo il pescato delle acque africane. Quasi tutte le compagnie che armano i pescherecci pirata hanno qui i loro uffici, e sfruttano il supporto, la logistica e il vantaggioso regime fiscale offerto dall’isola.

Depredate delle proprie risorse ittiche, le flotte di pescatori artigianali dell’Africa occidentale vivono una profonda crisi. La popolazione costiera è costretta a unirsi alle orde di disperati che assediano la “Fortezza Europa”. Le piroghe, non più in grado di garantire il sostentamento delle famiglie, si trasformano nel fragile mezzo su cui sfidare l’Atlantico. Così i più abili pescatori dell’Africa occidentale, arrancando per giorni sulle stesse rotte dei pescherecci pirata, sono ridotti a inseguire il miraggio del benessere europeo.

 

Africa, reti pirata - Popoli-5La legge c’è, le truffe anche
Da secoli il pesce senegalese arriva sulle ricche tavole europee. Ma i primi accordi generali di pesca sono stati firmati soltanto nel 1979. Preso atto della situazione critica delle risorse ittiche nazionali, e sotto la pressione delle organizzazioni di rappresentanza dei pescatori artigianali, nel 2006 il governo senegalese ha deciso di non rinnovare più gli accordi coi pescherecci stranieri. L’unica eccezione è rappresentata dalle tonnare: la flotta di pescherecci industriali senegalesi non può contare tra le proprie fila queste costose imbarcazioni, e così per la pesca al tonno continuano a essere concesse singole licenze a una dozzina di pescherecci spagnoli e francesi. Gli accordi però prevedono che il pescato sia rivenduto dando preferenza alle industrie di trasformazione locale, favorendo così la creazione di valore aggiunto in Senegal.
Per aggirare i divieti e le nuove regole, le compagnie di pesca europee hanno puntato sulla creazione di società a capitale misto, accettate dal governo senegalese per favorire il flusso degli investimenti esteri verso il Paese. Secondo le leggi del Senegal, un’imbarcazione può sventolare bandiera nazionale se la proprietà è a maggioranza senegalese. “Formalmente esistono 94 pescherecci ‘senegalesi’ a capitale misto. In molti casi però i proprietari senegalesi sono soltanto dei prestanome, utilizzati dalle compagnie europee per ottenere migliori condizioni commerciali – spiega Moustapha Thiam, direttore del dipartimento di Pesca marittima del ministero dell’Economia – Nel 2007 abbiamo avviato un’inchiesta sulla questione. Ci siamo offerti di comprare alcune partite di pesce ai supposti proprietari dei pescherecci. In pochissimi sono stati in grado di soddisfare le nostre richieste. Secondo quanto emerso finora, dei 94 pescherecci suddetti appena 15 sarebbero davvero senegalesi”.
Battendo bandiera senegalese, i pescherecci finanziati dalle compagnie europee possono evitare controlli e restrizioni. Nel caso delle tonnare non sussiste più l’obbligo di vendere preferenzialmente alle industrie locali, e il pescato può viaggiare senza restrizioni verso il più ricco mercato europeo. Mascherate da senegalesi, le imbarcazioni europee sono libere di far man bassa anche nelle acque riservate alla flotta nazionale.

115 pescherecci in acque africane
Tra le più temibili flotta di pescherecci pirati che battono le coste dell’Africa occidentale c’è quella cinese. LaChina national fisheries corporation, proprietà del governo cinese, è tra le più grandi flotte mondiali: può contare su 220 pescherecci, che operano nelle acque dell’Oceano Indiano, Pacifico e Atlantico. Ogni anno il pescato complessivo supera le 100mila tonnellate. Buona parte della flotta si concentra nelle acque dell’Africa occidentale, dove operano 115 pescherecci e diversi cargo frigo. Si calcola che negli impianti che la compagnia possiede a Las Palmas vengono lavorate annualmente 50mila tonnellate di pesce, per gran parte frutto della pesca illegale.
Molte barche della flotta battono “bandiera di convenienza” e sono registrate in Paesi come Togo, Belize, Saint Vincent e Panama. Dei pescherecci impiegati sulla costa occidentale d’Africa solo alcuni sono provvisti di licenza. Gli altri “lavano” le loro catture illegali ricorrendo al transshipping nei cargo frigo, o inscatolando il pescato in cartoni contrassegnati con i dati dei pescherecci in regola. Gli equipaggi impiegati sulle imbarcazioni che fanno transshipping possono restare in mezzo al mare per anni, abbandonati in condizioni disumane. La flotta cinese è stata accusata di pescare illegalmente nelle acque di tutto il mondo. Le denuncie arrivano da Guinea Conakry e Ghana, ma anche da Pakistan e Argentina.
Il mercato cinese dei prodotti ittici è in forte crescita, ma buona parte del pescato della flotta nazionale continua a essere consumato sulle tavole europee. Las Palmas è la porta d’ingresso al nostro enorme e ricco mercato. Ma non è soltanto il porto di Gran Canaria a offrire complicità ai pescherecci pirata cinesi. Nei registri del Directorate-general of health and consumers, l’organo della Commissione europea che si occupa di stabilire chi rispetta gli standard igienici necessari ad accedere al mercato interno, continuano a essere presenti molte imbarcazioni della flotta cinese sorprese a far pesca illegale e inserite nella “lista nere” dei pescherecci pirata.

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