Brutal London – il reportage 4/2020

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“Londra sta cambiando così rapidamente che lasciare la città per appena un paio di anni è stato sufficiente a farmi sentire spaesata al mio ritorno. Molti dei quartieri che mi erano più familiari hanno subito una trasformazione radicale, che li ha privati della propria ricchezza culturale. Oggi appaiono tutti uguali, come fossero stati appiattiti dalla stessa pressa. Aree come Brixton o Hackney Wick continuano a venir pubblicizzate dalle agenzie immobiliari come ‘quartiere degli artisti’. Ma le comunità che le hanno rese celebri si sono ormai trasferite altrove a causa dell’aumento esorbitante degli affitti”. La fotografa italiana Alessia Gammarota vive a Londra dal 2011, periodo in cui è stata costretta a cambiare più volte quartiere sotto la spinta della “gentrificazione” della città (dal francese genterise, “di origini gentili”, la parola indica lo sradicamento di intere comunità a reddito medio-basso per fare spazio a nuovi abitanti a reddito alto). Un fenomeno divenuto pian piano oggetto del suo lavoro.

“Avevo letto – continua Alessia – di un gruppo di attivisti che a Eaton Square stavano occupando una casa da 15milioni di sterline di proprietà dell’oligarca russo Andrey Goncharenko. Quando sono andata a cercarli, erano già stati sgomberati. Ma avevano subito occupato un altro immobile da 14milioni di sterline del banchiere bahreinita Abdulrahman Aljasmi. Sette piani proprio di fronte a Buckingham Palace. Questa volta ero con loro quando è arrivata la polizia. Lo sgombero era stato disposto d’urgenza, perché secondo la questura rappresentavamo una minaccia per la regina”. Conosciuti come Autonomous Nation of Anarchist Libertarians, o meglio Anal, questo gruppo di attivisti è stato impegnato a lungo in una serie di occupazioni mirate agli immobili di più alto valore finanziario a Londra. Azioni volte a “fare luce sullo scandalo di migliaia di appartamenti vuoti mentre il numero dei senza tetto londinesi cresce a dismisura”, spiegano quelli di Anal. Kensington e Chelsea, i quartieri più ricchi della città, hanno infatti la più alta percentuale di case disabitate di tutto il Regno Unito. Mentre il report “Housing in London” della Greater London Authority stima in oltre 10mila le persone che vivono per strada, un numero cresciuto del 10% dal 2015.

Grazie a un attraente sistema di tassazione, Londra è divenuta la residenza favorita dai multi-miliardari di tutto il mondo. Una tendenza che il nuovo premier inglese Boris Johnson – in passato anche sindaco della capitale – promette di continuare a favorire, riducendo ancor più regole e peso fiscale. Già oggi, dopo 10 anni di deregolamentazione, interi quartieri – St John’s Wood, Highgate, Hampstead, Notting Hill Gate, Kensington e Chelsea – si sono in parte trasformati in vuoti asset finanziari. Le agenzie immobiliari si riferiscono a queste zone come “super prime” o “golden postcodes”. Quartieri di ricchi proprietari anche in passato, che oggi hanno però dovuto lasciare il posto alle residenze dei Paperoni globali. Un effetto domino, che ha portato la classe alta londinese a occupare nuove aree cittadine e relegato quella medio-bassa in estrema periferia o addirittura fuori dalla capitale. Il forte incremento del prezzo degli affitti, un mercato sempre più nelle mani di agenzie spietate, sta falcidiando anche i professionisti meno pagati: negli ospedali londinesi, a esempio, cominciano a mancare le infermiere, mentre il numero di nuovi insegnanti nelle scuole della capitale è diminuito del 16% dal 2010.

Se ciò non bastasse, la skyline londinese è oggetto di una straordinaria trasformazione. Nuovi grattacieli spuntano come funghi: tra Nine Elms, Vauxhall, Southwark e Blackfriars bridges, sono in cantiere oltre 300 nuove torri residenziali di extra-lusso. Un fenomeno che non ha risparmiato neppure la zona di Elephant and Castle, dove gli edifici popolari sono stati rasi al suolo – soltanto a  Heygate migliaia di persone hanno perso la propria casa – per far spazio a nuove torri scintillanti. Le case appena completate a Southbank Place, lungo la riva meridionale del Tamigi, partono dal prezzo di un milione di sterline per arrivare fino a quasi 8milioni. Secondo un rapporto di Transparency International, il 40% di questi nuovi appartamenti è stato acquistato da compagnie offshore registrate in paradisi fiscali. Un fenomeno divenuto piuttosto comune nel Regno Unito, come dimostrano gli oltre 200miliardi di sterline investiti da compagnie dello stesso tipo in proprietà immobiliari dal 2005.

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Questo è il contesto in cui, a giugno 2017, 72 persone hanno perso la vita nell’incendio delle Grenfell Tower, il più grave della storia inglese degli ultimi 100 anni. Originate dal cortocircuito di un frigorifero, le fiamme si sono propagate con forza e rapidità a causa dei pannelli infiammabili con cui queste case popolari erano state rivestite per ingentilirne l’aspetto e non ferire gli sguardi del resto del quartiere, il più ricco del Regno Unito. La Kensington and Chelsea Tenants Management Organization, compagnia semi-pubblica proprietaria dell’immobile, aveva sempre ignorato i reclami degli abitanti delle torri sui rischi rappresentati da un rivestimento composto da un’anima di polietilene racchiusa tra due strati di alluminio. Questo tipo di copertura è vietata in tutti gli edifici più alti delle scale in dotazione ai pompieri, sia negli Stati Uniti che in molti Paesi europei. Ma non nel Regno Unito, dove oltre 300 torri residenziali continuano a essere rivestite da materiali infiammabili simili a quelli installati sulle Grenfell Towers. I primi risultati dell’inchiesta governativa sul disastro sono arrivati soltanto lo scorso 30 ottobre. Secondo il rapporto della commissione, i pannelli della copertura hanno “attivamente propagato l’incendio”. Ma la maggior parte delle responsabilità vengono scaricate sui vigili del fuoco di Londra, nonostante i forti tagli di budget e personale subiti negli ultimi anni. Nessuna menzione di imprenditori e consulenti privati, parlamentari e consiglieri pubblici, responsabili a vari livelli della faccenda. Finora l’inchiesta è costata ai contribuenti inglesi oltre 40milioni di sterline, una cifra 100 volte più grande di quella risparmiata utilizzando i pannelli infiammabili al posto di un rivestimento ignifugo.

Nel corso del Ventesimo secolo, le case popolari hanno coperto buona parte del fabbisogno abitativo nel Regno Unito. Ma già dagli anni Ottanta, il numero di appartamenti pubblici disponibili è diminuito con forza. Da un lato, a causa della politica di privatizzazione promossa da Margaret Thatcher, che ha portato alla vendita di oltre 2milioni di immobili pubblici. Dall’altro, perché circa il 40% delle case riscattate sono poi state rimesse sul mercato degli affitti a prezzi 3 o 4 volte superiori al canone popolare. Negli ultimi 25 anni, inoltre, l’edilizia popolare è divenuta un bersaglio costante della politica. Boris Johnson non è certo il primo a prendere di mira le case popolari. A gennaio 2016, l’ex-premier David Cameron scriveva sulle colonne del Sunday Times: “alcuni edifici popolari, in particolare quelli costruiti nel dopoguerra, sono veri e propri incubatori di povertà. I loro vicoli scuri sono il ricettacolo di spacciatori e altri criminali. È tempo di buttarli giù e rinnovare le aree su cui sono stati innalzati”. Anche Tony Blair, per il suo primo discorso pubblico da neo-premier inglese nel 1997, aveva scelto “i dimenticati” di Aylesbury – completato nel 1977, 3 anni dopo le Grenfell Towers, nello stesso stile architettonico noto come “Brutalismo”, Aylesbury è tra i più grandi complessi di case popolari di tutta Europa, con quasi 3mila appartamenti dove vivevano oltre 7500 persone – generalizzando sulle case popolari negli stessi termini che Cameron utilizzerà 20 anni più tardi: “in questi luoghi, il più grande datore di lavoro è l’industria della droga. Tutto ciò che rimane delle grandi speranze del dopoguerra è cemento derelitto. Non lasceremo sole queste persone”.

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Nel 2017, Architects for Social Housing (Ash), un’associazione che si batte per difendere l’edilizia popolare inglese, ha prodotto una mappa del “rinnovamento” abitativo promosso a Londra negli ultimi anni: hanno contato ben 237 complessi pubblici già demoliti o privatizzati. Un fenomeno che ha portato allo sradicamento di molte comunità. Secondo Paul Watt, un ricercatore in Urban Studies del Birkbeck college di Londra: “soltanto a Londra, circa 90 edifici pubblici rischiano di venire demoliti nei prossimi anni, facendo scomparire con sé quasi 200mila alloggi popolari”.

Aysen Dennis è una rifugiata turca, che vive ad Aylesbury dal 1993. “Per la prima volta nella mia vita, sentivo di essere in un luogo sicuro. La maggior parte degli abitanti di Aylesbury sono persone nelle mie stesse condizioni: minoranze, emarginati. Ma qui formiamo una comunità forte, che merita di essere protetta”. Nel 1998, poco dopo la vista di Blair, il Comune aveva promesso un investimento di 56milioni di sterline per riqualificare il complesso di case popolari. L’idea era demolire gran parte degli edifici e ricostruirne di nuovi. Il piano venne sottoposto a un referendum tra gli abitanti di Aylesbury, che per tre quarti si opposero alla “riqualificazione”. Ciononostante, nel 2005 il Comune annunciò l’avvio della demolizione. Da allora, le case popolari sono state pian piano sgomberate e distrutte. Dalle macerie dovranno sorgere 4mila nuovi appartamenti. Ma soltanto 1300 saranno affittati a canone popolare, meno della metà degli alloggi originali. Tutto ciò in una Circoscrizione, Southwark, dove oltre 11mila famiglie sono sulla lista di attesa per l’assegnazione di una casa popolare. Nel gennaio 2015, una manifestazione di protesta si trasformò nell’occupazione di alcuni blocchi vuoti del complesso. Squatters e attivisti rimasero ad Aylesbury per 2 mesi, fino a quando non intervenne la polizia anti-sommossa. L’intera area venne poi recintata e affidata alla sorveglianza continua delle guardie di sicurezza. Misure con cui i residenti sono stati costretti a convivere a lungo, rimaste in vigore fino alla demolizione dei blocchi suddetti.

“Aylesbury si trova in un’area molto centrale, vicino a un parco e a sole 2 miglia dal Parlamento britannico. Nei piani del Comune, non è un posto per gente come noi. Hanno intenzione di rimpiazzarci con persone più ricche”, mi dice Dennis. Qualche centinaio dei residenti rimasti nel complesso sono proprietari delle case in cui vivono, avendo approfittato in passato dell’opportunità di riscattarle. Ma anche loro saranno costretti a vendere. A un prezzo fissato dal Comune, molto più basso dell’effettivo valore di mercato degli immobili. Unica alternativa offertagli, un regime di semi-proprietà, in cui la differenza tra il prezzo stabilito per la vendita obbligatoria e quello d’acquisto della nuova proprietà andrebbe compensata con un canone d’affitto. Uno schema molto iniquo, come ha riconosciuto anche la Segreteria di Stato, che lo aveva bloccato a settembre 2016. Il blocco è durato però solo fino all’anno successivo, quando il Comune ha concesso un leggero aumento del prezzo di vendita obbligatoria. Ad aprile 2018, infine, un accordo confidenziale ha chiuso la vertenza in modo definitivo. “Un patto sottoscritto alle spalle di tutti gli altri residenti – mi racconta Dennis – che ha cancellato per sempre un pezzo di Aylesbury. Ma non ci arrendiamo. La maggior parte dei miei vicini se n’è dovuta andare. Soltanto sul mio piano oggi ci sono 7 appartamenti vuoti, mentre giù in strada tante famiglie sono alla ricerca disperata di un posto in cui vivere. Perché? Com’è possibile che il profitto venga prima delle persone? Ho passato gli ultimi vent’anni della mia vita a lottare contro tutto ciò. Dobbiamo continuare a difenderci dal “social cleansing” (la pulizia sociale, ndr) di Londra. Da qui non mi muovo”.

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