Dancalia, il sale della Terra – nuova ecologia 11/2019

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“Per diventare ricchi si comincia costruendo strade”, recita un antico proverbio cinese. Ma quale ricchezza portano le strade? Un enigma che da qualche anno assilla i clan afar che popolano la Dancalia, una regione di 50mila chilometri quadrati – di cui quasi 10mila sotto il livello del mare – stretta tra l’estremità settentrionale dell’Altopiano etiope e la catena delle Alpi dancale al confine con l’Eritrea. Qui, dove uomini e animali sono abituati a spostarsi col passo lento delle carovane lungo piste di rocce laviche e lingue di sabbie mobili, negli ultimi 10 anni capitali e imprese cinesi hanno disseminato autostrade d’asfalto. Una rivoluzione che sta sconvolgendo i fragili equilibri locali.

Gli afar sono pastori nomadi musulmani, che vivono della vendita degli animali pascolati con pazienza attraverso questi aridi deserti. Mi appaiono per la prima volta tra la polvere luccicante di Bati, un imponente mercato di bestiame lungo la via che dall’altopiano precipita verso Semera e Asaiyta, rispettivamente moderna capitale burocratica della Dancalia e antica capitale di un leggendario sultanato. I compratori oromo – il gruppo più numeroso dell’Etiopia, che popola anche la zona meridionale della regione Afar – tastano i fianchi di capre terrorizzate, saggiano le gobbe grasse di vacche dalle corna maestose e affilate, si dilungano in contrattazioni estenuanti sotto un sole infuocato. Gli afar al contrario non si scompongono. Il loro portamento rimane regale. Lo sguardo fiero, quasi altezzoso. Pettini di legno conficcati tra capelli intrisi di burro, kefiah colorate attorno a colli sottili, futa allacciate su vite strette e stese fino alle caviglie, pugnali adagiati in fodere intarsiate che pendono lungo i fianchi. Forse saranno soltanto le loro folte capigliature, ma mi sembra di essere circondato dalle Black Panthers e dagli altri protagonisti degli psichedelici anni Sessanta.

Di psichedelico in Dancalia non ci sono soltanto gli afar. Chi si avventura in questi deserti è destinato a un viaggio nella Genesi. Dalla bocca dell’Erta Ale – uno degli unici 3 vulcani di lava perenne al mondo – fino ai geyser ustionanti della “collina degli spiriti” di Dallol, il viaggiatore attraversa un universo in costante metamorfosi, che si distende appena qualche chilometro sopra il magma pulsante del nucleo della Terra.

Sulla spessa crosta di sale che ricopre parte del fondo di questo antico Oceano, ogni stagione secca rifiorisce la tradizionale economia delle carovane. L’estrazione manuale e il trasporto di quello che ai tempi dell’imperatore Haile Selassie veniva chiamato “l’oro bianco” – note come amolè, le barre di sale sono state moneta corrente in Etiopia almeno fino alla fine del diciannovesimo secolo: nel 1885 una barra di sale valeva mezzo franco e Haile Selassie ne conservava depositi pieni – hanno garantito lavoro a centinaia di persone. Un’attività che per secoli ha legato i clan afar, che vivono nella regione tutto l’anno, con i lavoratori stagionali tigrini, che arrivavano invece ogni inverno dall’altopiano a maggioranza cristiana.

Da quando sono state spalmate le lingue d’asfalto però l’estrazione industriale sta rimpiazzando quella tradizionale. “Nella piana del sale, la superficie occupata dalle vasche artificiali di essiccamento cresce ogni anno di più. Grazie all’autostrada che collega con Mekelle (tra le principali città dell’Etiopia e capitale del Tigrai, la regione più a nord del Paese, ndr) i camion hanno ormai sostituito quasi del tutto gli animali. Negli ultimi 3 anni avrò visto qualche cammello appena e il canyon del fiume Saba attraverso cui passano le carovane era sempre deserto”. Autore di Dancalia, camminando sul fondo di un mare scomparso (Terre di mezzo editore, 2012), lo scrittore Andrea Semplici conosce a fondo la regione, dove torna quasi ogni anno. “Ormai però ci sono strade cinesi dappertutto. Dove prima si avanzava a fatica, oggi si corre spediti. Da Mekelle a Dallol bastano 4 ore di bus. Molte agenzie offrono tutte le meraviglie della Dancalia in soli 4 giorni di viaggio. Hanno costruito addirittura un strada che dal campo base dell’Erta Ale porta a un’ora di cammino dalla caldera. Il vulcano però non sembra averla presa bene e nel frattempo è sprofondato. Dove pulsava l’incanto della lava viva è rimasto solo il fumo. Pare che una nuova bocca si stia aprendo a 18km di distanza”.

dancalia-il-sale-della-terra-nuova-ecologia-11-19-2Per secoli, dal villaggio di Ahmed Ela – letteralmente “il pozzo di Ahmed”, ultimo avamposto prima del deserto, dove arriva sottoterra l’acqua potabile del fiume Saba e da qualche anno sono state allacciate corrente elettrica e copertura telefonica – le carovane si sono messe in marcia prima dell’aurora, alla ricerca della giusta crosta da lavorare. Centinaia di cammelli e muli, scortati da un esercito di fokolo (cavatori) ed edele (intagliatori), che avanzano in una sterminata fila indiana, spesso unico elemento in grado di marcare l’orizzonte che separa cielo e terra. Una volta individuata l’area adatta all’estrazione, i fokolo spezzano la crosta salina a colpi di scure e poi la sollevano con lunghe pertiche di legno. Le lastre così ricavate vengono scolpite dagli edele, che le trasformano in mattonelle chiamate ganfur. Nonostante si lavori sotto un sole cocente e con oltre 50 gradi di temperatura, gli operai della Dancalia devono indossare calzini e guanti per proteggersi dal sale. Una volta caricato il dorso degli animali, le carovane risalgono poi il canyon del fiume Saba fino al villaggio di Berhale, dove i ganfur vengono trasferiti sui camion della grande distribuzione. Gli stessi mezzi che oggi possono arrivare fino ai margini della piana del sale, rendendo antiquato il viaggio delle carovane.

I clan afar si sono battuti a lungo per proteggere questa economia secolare. Quando, nel 2011, la Berhane e Zewdu Plc ha provato ad avviare l’estrazione industriale e installarsi ad Ahmed Ela, una serie di continui sabotaggi ha costretto la compagnia ad abbandonare il villaggio l’anno successivo. In seguito i carovanieri si sono opposti anche alle nuove regole volute dal governo etiope, che ha provato a imporsi come unico compratore e a stabilire un prezzo fisso di vendita. Molte carovane hanno invece continuato a spingersi più lontano di Berhale, fino a raggiungere luoghi dove spuntare un prezzo migliore per il proprio carico.

Ormai però, a quei fortunati che le incontrano ancora, le carovane rischiano di apparire come i fantasmi della fine di un’epoca. La piana del sale di Ahmed Ela sembra condannata a trasformarsi in una realtà simile a quella che da ormai vent’anni popola le sponde del lago di Afrera (noto anche come lago Giulietti, dal nome dell’esploratore italiano morto qui alla fine del diciannovesimo secolo): da questo grande lago salato nella Dancalia meridionale, idrovore rudimentali pompano l’acqua in una sconfinata serie di vasche, dove il sale è lasciato “congelare” alcuni mesi fino a formare una coltre compatta. I braccianti, arrivati in massa dall’altopiano, devono poi ridurla in polvere a colpi di mazza. Un’attività che ha riempito la zona di coloni disperati, bettole scadenti e prostitute che altrove sarebbero in pensione da un pezzo. Un universo molto diverso da quello che per secoli hanno tenuto in vita i clan delle carovane e che oggi sembra avviato all’estinzione.

Magari però tra quei pochi ostinati carovanieri che ancora oggi attraversano il canyon del fiume Saba coi loro animali carichi di sale, qualcuno continuerà a portare i propri figli in cima alla collina sacra, dove danzare insieme per le divinità che custodiscono il canyon. Un rito d’iniziazione, che alimenta la speranza di vedere la tradizione resistere a una modernità dalla lingua biforcuta.

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