Kashmir, guerra per le dighe? – Popoli 2/2014

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Da quando il sub-continente indiano ha ottenuto l’indipendenza dai colonizzatori inglesi, nel 1947, il territorio del Kashmir è sempre stato oggetto di una feroce contesa tra India e Pakistan. Oggi però la disputa per la terra, già causa di quattro sanguinose campagne militari, si sta trasformando in un conflitto per le risorse idriche. Sulle montagne di questa regione nascono infatti il fiume Indo e i suoi affluenti. Corsi d’acqua non soltanto indispensabili ad alimentare le coltivazioni dei due Paesi, ma che rappresentano sempre di più una preziosa fonte di energia. Soprattutto l’India infatti ha puntato con forza sullo sviluppo del settore idroelettrico – nei piani del governo dovrebbe arrivare a coprire il 40% del fabbisogno energetico del gigante economico indiano – disseminando di dighe l’intera dorsale himalayana. Ma la proliferazione degli impianti in Kashmir – 45 nuovi progetti secondo le stime più prudenti, oltre 60 secondo altre – sta spingendo la tensione nei rapporti con il Pakistan oltre i livelli di guardia. Come riconosce anche un rapporto del senato statunitense, le nuove dighe in costruzione sul corso dei fiumi Jhelum, Sutlej e Chenab (3 dei principali affluenti del’Indo) consentirebbero infatti all’India di bloccare l’approvvigionamento idrico da cui dipende oltre l’80% dell’agricoltura pakistana. Ad aggravare la situazione contribuisce anche il riscaldamento climatico: secondo uno studio olandese, a causa del progressivo ritiro dei ghiacciai dell’Himalaya, la portata dell’Indo è destinata a diminuire dell’8% entro la metà del secolo.

2014 02 14 Reportage Kashmir-3Se il governo di New Delhi cerca di rassicurare la comunità internazionale, garantendo che una volta passata attraverso le turbine degli impianti idroelettrici ogni goccia d’acqua viene puntualmente restituita al corso dei fiumi, in Pakistan da anni la questione infiamma gli animi e alimenta la propaganda anti-indiana. Nel 2010 un corteo di contadini del Punjab pakistano marcia per le strade di Lahore contro il “terrorismo indiano dell’acqua”. A guidarli è il leader fondamentalista Hafiz Saeed, considerato la mente dell’attacco terroristico che nel 2008 colpì Mumbai (sulla sua testa pesa una taglia statunitense da 10 milioni di dollari). Ma anche Hamid Gul, ex capo dei servizi segreti pakistani, non è da meno quando incita il governo a “mostrare determinazione e far saltare le dighe indiane”. Certa stampa poi cavalca con entusiasmo l’onda di risentimento e invita il governo a “mettere in guardia l’India: l’acqua può causare una nuova guerra, che questa volta sarebbe nucleare”.

Il Pakistan non sembra disposto a cedere alle provocazioni degli estremisti, ma finora le vie diplomatiche non hanno portato grandi risultati. I ripetuti appelli alle istituzioni internazionali sulle presunte violazioni indiane degli accordi sottoscritti nell’Indus Water Treaty – il Trattato siglato tra i due Paesi nel 1960 per regolare i diritti di sfruttamento delle acque del Kashmir “in spirito di buona volontà e amicizia” – sono stati tutti rigettati. Dopo aver incassato il verdetto della Banca mondiale favorevole alla costruzione della diga indiana di Baglihar sul fiume Jhelum, lo scorso 20 dicembre è arrivata anche la sentenza finale della International Court of Arbitration (Ica) dell’Aja sulla diga di Kishanganga, che ha riconosciuto all’India il diritto di portare a termine la costruzione dell’impianto sull’omonimo affluente del fiume Indo.

2014 02 14 Reportage Kashmir-4Oltre alle proteste pakistane, la costruzione dell’impianto idroelettrico di Kishanganga continua però a suscitare forti critiche anche all’interno della stessa India. La diga verrà innalzata nella remota regione del Gurez, a pochi chilometri dalla Linea di Controllo che separa il Kashmir indiano da quello pakistano. Le acque del Kishanganga verranno poi convogliate in una serie di tunnel sotterranei che sfoceranno nell’impianto costruito a monte del villaggio di Kralpora, 5 chilometri a nord della cittadina di Bandipora, nei pressi del lago Wular. L’opera causerà l’allagamento e la scomparsa di decine di villaggi, tra cui quelli dell’antica tribù dei Dard-Shina. Come riconosce anche il governo indiano, pronto a pagare una compensazione maggiore per l’espropriazione di queste terre rispetto a quelle più fertili dell’area di Bandipora, il rischio è che il trasferimento dei Dard-Shina dai villaggi del Gurez nei campi allestiti presso Srinagar possa comportare l’estinzione di una cultura millenaria. Si tratterebbe di un danno incalcolabile: alla tribù appartengono gli ultimi discendenti degli Aryans che popolavano originariamente il Gurez, mentre lo shina è la lingua da cui si ritiene derivi il sanscrito. Nell’area che verrebbe sommersa dalla diga ci sono inoltre siti di immenso valore archeologico, come quello di Chilas, dove sono state scoperte centinaia di iscrizioni rupestri in tibetano, ebraico, brahmi e kharoshthi, o quello di Kanzalwan, dove si ritiene abbia avuto luogo l’ultimo concilio buddhista.

2014 02 14 Reportage Kashmir-5Sono passati cinquant’anni da quando Jawaharlal Nehru, compagno del Mahatma Ghandi e leader storico dell’India indipendente, inaugurò i primi colossali impianti idroelettrici indiani. La diga Bhakhra sul fiume Satluj, o quella di Sardar Sarovar sul Narmada, vennero presentate alla popolazione come “gli altari dell’India moderna, luoghi che invitano alla preghiera come un tempio hindu, una gurdwara sikh o una moschea mussulmana”. Nel disegno di Nehru avrebbero dovuto portare acqua corrente alle famiglie indiane, irrigare i campi coltivati, fornire energia all’industrializzazione del Paese. Da allora, secondo il South Asia Network on Dams, Rivers and People (www.sandrp.it), sono state costruite oltre 5mila dighe, che hanno causato la scomparsa di migliaia di ettari di foresta e lo sfollamento di una popolazione stimata tra 25 e 60milioni di persone.

Oltre agli immensi danni causati agli ecosistemi e alle popolazioni dell’Himalaya, l’industria idroelettrica indiana si distingue per la sua scarsa efficienza. Sempre secondo il Sandrp, il 90% degli impianti idroelettrici operativi in India non produce i livelli d’energia promessi in fase di realizzazione. Negli ultimi 20 anni, mentre la dimensione del settore idroelettrico indiano cresceva a un ritmo medio del 4,35% all’anno, il tasso di rendimento è crollato di un quarto. Gli impianti rimangono spesso fermi sia nella stagione monsonica, per l’accumulo di sedimenti, sia in quella secca, a causa dello scarso flusso d’acqua. Inoltre le grandi distanze che intercorrono tra i centri di produzione sull’Himalaya e i luoghi di consumo – le megalopoli della grande pianura indiana – fanno si che gran parte dell’energia prodotta si disperda lungo le linee di trasmissione.

2014 02 14 Reportage Kashmir-6Inefficienza, devastazione ambientale, massicce campagne di sfollamento coatto. Le evidenti contraddizioni di questa forma di produrre energia “pulita” non sembrano però metter in discussione un settore in piena espansione. L’idroelettrico continua a vantare un solido sostegno politico – Manmohan Singh, l’uomo voluto dal Fondo monetario internazionale prima come ministro delle finanze poi come guida dell’India moderna, è sempre stato tra i principali sostenitori della costruzione di dighe -, e può godere anche dell’appoggiato illimitato dalle grandi banche internazionali – in India il settore è finanziato soprattutto dalla Asian Development Bank e dalla Banca mondiale. Neanche lo spettro di una guerra nucleare sembra sufficiente ad arrestare l’avanzata della potente lobby dell’energia idroelettrica.

 

 

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