Le spine delle rose etiopi – nuova ecologia 2/2020

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“Dillo con una rosa”, recita l’adagio. Così anche il prossimo San Valentino milioni di innamorati sceglieranno la regina dei fiori per esprimere i propri sentimenti. Ma la rosa è anche un ottimo simbolo con cui raccontare le dinamiche dell’economia globalizzata. Il commercio internazionale è infatti stretto nelle mani delle industrie olandesi, che ne gestiscono ogni fase, dalla fornitura di semi, pesticidi e fertilizzanti, fino alla distribuzione finale del prodotto. Ad Aalsmeer, una cittadina pochi chilometri a sud di Amsterdam, c’è Flora Holland, il principale centro mondiale di smistamento: nel 2018 ha venduti fiori (in gran parte rose) per 2,5miliardi di euro, un fatturato che raggiunge 4,6miliardi considerando anche altre piante. Ogni giorno, l’asta di Aalsmeer registra oltre 100mila transazioni, per un giro d’affari quotidiano che si aggira intorno a 10milioni di euro.

Da oltre trent’anni però la produzione è stata trasferita quasi per intero nel Sud del mondo, soprattutto in Colombia, Kenya, Etiopia ed Ecuador. Stanco delle pesanti esternalità ambientali legate al settore – enorme consumo d’acqua e di gas naturale per riscaldare le serre, pesante utilizzo di sostanze chimiche per fertilizzare e combattere i parassiti – il governo olandese ha pian piano tagliato ogni incentivo ai produttori nazionali. Ma allo stesso tempo promuove con forza la floricultura altrove: in Etiopia, a esempio, la cooperazione governativa olandese sostiene i produttori e ogni 2 anni organizza l’Hortiflora Expo di Addis Abeba (l’ultimo a marzo 2019). Come spiega una ricerca dell’Università di Cambridge, “gli olandesi stanno costruendo una base produttiva, stabile e di alta qualità, per le loro aste di scambio, che dominano il commercio internazionale dei fiori”.

Se fino a 15 anni fa l’Etiopia non esportava una sola rosa, oggi è tra i 4 principali produttori globali. La floricoltura industriale etiope vale oltre 200milioni di dollari all’anno. È da qui che arriva oltre un terzo delle rose vendute in Europa, quasi 100milioni di boccioli soltanto nel giorno di San Valentino. Di recente, inoltre, le rose prodotte in Etiopia hanno cominciato ad affacciarsi anche sul mercato statunitense, dove godono dei privilegi offerti all’export sub-sahariano grazie all’African Growth and Opportunity Act, lo stesso di cui approfittano le grandi multinazionali del tessile, che negli ultimi anni si sono impiantate in Etiopia trasformandola in un nuovo hub globale.

Per favorire questa rivoluzione industriale, il governo etiope ha offerto condizioni straordinarie agli investitori stranieri: terre fertilissime a costo zero, nessun dazio sull’importazione dei macchinari e degli altri input di produzione, nessuna tassa sui profitti per i primi 5 anni di attività. Ma se l’Etiopia si è trasformata nel nuovo Eldorado della floricoltura globale è soprattutto grazie al costo irrisorio della forza lavoro: il salario medio nelle serre ancora oggi è inferiore a un euro al giorno.

rose-etiopia-nuova-ecologia-2-202Ziway, 160 chilometri a sud di Addis Abeba, era un piccolo villaggio di pescatori, sorto attorno a uno dei tanti laghi vulcanici della Rift Valley. Nel 2005 la Sher, compagnia olandese leader mondiale del settore, decise di impiantare qui le sue prime serre etiopi. Gli appezzamenti agricoli locali vennero sostituiti da un’infinita distesa (oltre 650 ettari) di capannoni color bianco sporco, che osservati dalle colline circostanti hanno l’aspetto di una propaggine malaticcia del lago. In breve, la floricoltura è stata in grado di trasformare un villaggio sonnolento in una cittadina frenetica, che continua ad attrarre braccia dalle campagne circostanti. Oltre a Ziway, dove ha ceduto alcuni capannoni ad altre compagnie, la Sher si è impiantata anche nell’adiacente villaggio di Adami Tulu, in cui dal 2014 ha costruito nuove serre al ritmo di un ettaro a settimana. Oggi, soltanto in questa zona, l’industria delle rose da lavoro a circa 15mila persone e produce quasi 5milioni di boccioli al giorno, già venduti quasi per intero su ordinazione. Un business che ogni anno garantisce ai Barnhoorn, la famiglia proprietaria della compagnia, profitti per milioni di euro.

Ma l’arrivo della Sher è stato un buon affare anche per la popolazione locale? Impiegati in capannoni pregni di sostanze chimiche, dove la temperatura è talmente alta da non consentire l’uso di indumenti protettivi, dopo 15 anni di produzione i lavoratori delle serre continuano a ricevere salari troppo bassi. Secondo uno studio realizzato nel 2017 dalla Roskilde University per la Global Living Wage Coalition, la busta paga mensile oscilla tra 1000 e 1300 birr (meno di un euro al giorno), un terzo del reddito locale di sussistenza stimato dai ricercatori. Secondo la ong Hivos, i salari sarebbero addirittura 4 volte inferiori a quanto necessario a coprire i bisogni basici (una stanza in affitto costa in media 400 birr, mentre la forte inflazione in Etiopia rende la vita sempre più cara).

Il pesante inquinamento tipico della floricoltura industriale sta inoltre provocando danni pesanti all’ecosistema locale: il livello del lago di Ziway si è abbassato di alcuni metri e le sue acque sono state contaminate dalle sostanze chimiche. Secondo i ricercatori della ong Wetlands International: “a questo ritmo, in 50 anni il lago di Ziway è destinato a scomparire. Già oggi, la popolazione locale, che aveva sempre bevuto l’acqua del lago con trattamenti minimi, è costretta a pompare acqua potabile da una sorgente distante quasi 50 chilometri. Purificare la risorsa locale è divenuto troppo complicato e costoso”.

rose-etiopia-nuova-ecologia-2-203A Ziway, la Sher ha costruito una scuola e un ospedale, il cui accesso è gratuito per le famiglie dei lavoratori. I Barnhoorn hanno realizzato anche una stazione di polizia e una corte di giustizia. Compiti cui dovrebbe provvedere il governo locale, che potrebbe farlo con agio se contasse sul giusto contributo fiscale della compagnia olandese. Al contrario, mentre raccolgono risparmi sul mercato internazionale – Kkr, tra i più importanti fondi europei d’investimento, ha comprato azioni di Sher-Ethiopia per 200milioni di dollari – i Barnhoorn, attraverso complicati stratagemmi contabili, denunciano scarsi profitti in Etiopia pagando così tasse irrisorie. Tra i trucchi usati per eludere il fisco etiope, la Sher-Ethiopia prende a prestito denaro dalla filiale olandese a un tasso di interesse più alto (9%) di quello di mercato, mentre il marchio AfriFlora è considerato un bene il cui valore viene contabilizzato ogni anno come fosse un costo.

Ciononostante le rose prodotte dalla Sher-Ethiopia possono vantare le principali certificazioni ambientali e sociali, compresa quella della Fairtrade Labelling Organisation (Flo), marchio internazionale del commercio equo e solidale. Come può essere equo un commercio che garantisce enormi profitti mentre paga la manodopera meno di un euro al giorno? Nel tentativo di far fronte alle critiche, Flo ha deciso di riconsiderare i suoi standard in Etiopia, dove non esiste ancora un salario minimo di riferimento per il settore privato: dal 2018, per ottenere nuove certificazioni, la paga deve essere pari almeno alla soglia di povertà stabilita dalla Banca Mondiale (1,90 dollari al giorno, che fanno circa 2mila birr al mese). Un criterio a cui le compagnie che già vantavano il marchio Flo, come Sher, dovranno adattarsi da quest’anno.

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