Luci e ombre di Addis Abeba – nuova ecologia 1/2020

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“Se riesci a cambiare Addis Abeba, puoi cambiare l’Etiopia”, ha spiegato il primo ministro etiope Abiy Ahmed al Financial Times. Fresco premio Nobel per la Pace – riconoscimento ottenuto lo scorso 10 dicembre, soprattutto grazie allo storico accordo di pace firmato a luglio 2018 con l’Eritrea, ma anche alle riforme democratiche avviate in patria da quando è in carica (aprile 2018) – Abiy non sembra aver dubbi: la “prosperità” dell’Etiopia – Ethiopian Prosperity Party è il nome scelto per la coalizione con cui proverà a sbancare le elezioni del prossimo maggio – seguirà la straordinaria modernizzazione avviata nella capitale.

Per farsi un’idea di cosa intenda basta salire a bordo del babur, il primo treno leggero urbano dell’Africa sub-sahariana, entrato in funzione ad Addis alla fine del 2015. Mentre attraversa il centro della città su rotaie sopraelevate, fuori dai finestroni scorrono luoghi ogni giorno meno riconoscibili: nuovi grattacieli spuntano come funghi, mentre i tradizionali quartieri-villaggio fatti di baracche di legno e lamiera vengono rasi al suolo per lasciar spazio a una sky-line degna della capitale diplomatica dell’Africa (sede dell’Unione Africana, della Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa e di tutte le più importanti agenzie di cooperazione allo sviluppo impegnate nel continente, Addis è la terza città al mondo per numero di diplomatici dopo New York e Ginevra).

Arrivati alla fermata di La Gare – la vecchia stazione ferroviaria costruita oltre un secolo fa nel centro della città dai colonizzatori francesi – lo sguardo si perde nell’omonimo progetto di sviluppo urbano, il più recente tra quelli avviati nella capitale: con un investimento da 1,8miliardi di dollari, la società immobiliare emiratina Eagle Hills sta rivoluzionando un’area di 36 ettari, che trasformerà in una distesa di centri commerciali, hotel a 5 stelle e oltre 4mila appartamenti di extra-lusso. Quando è stato annunciato a fine 2018, il progetto era il più vasto e costoso della storia etiope. Oggi però sta già per essere superato: secondo il sindaco di Addis, Takele Uma, capitali e compagnie cinesi sarebbero infatti pronti a far partire un’opera ancor più faraonica (3miliardi di dollari su 37 ettari) nel quartiere di Gotera.

Nel piano di Abiy e Takele, oltre a modernizzarsi, Addis deve anche tornare a essere più verde. Fondata alla fine del diciannovesimo secolo dall’imperatore Menelik e da sua moglie Itegue Taitu, la capitale dell’impero etiope era nota come “la città foresta”. Oggi però, dopo oltre un secolo di deforestazione massiccia, somiglia più a una giungla di cemento. Lungo la rete autostradale, sempre più vasta e trafficata, gli ultimi modelli di fuoristrada si fanno largo tra vecchi maggiolini e furgoncini arrugginiti. Mentre ai lati delle strade, grattacieli dai vetri a specchio si alternano agli scheletri di sgraziati palazzoni ancora vuoti. Per far fronte al dilagare di smog e cemento, sono state identificate alcune aree da trasformare in parchi, come quella sgomberata da anni di fronte allo Sheraton Hotel. Ma soprattutto, lo scorso febbraio, Abiy ha annunciato il progetto “Beautifying Sheger” (sheger è il soprannome di Addis), che intende ripulire alcuni dei fiumi che attraversano la città, da tempo trasformati in discariche a cielo aperto, e realizzare lungo il loro corso una serie di parchi e piste ciclabili. Già avviata dal gigante edile China Communications Construction Company, l’impresa dovrebbe essere realizzata in 3 anni al costo di un miliardo di dollari. Un quarto dell’investimento verrà coperto da capitali cinesi, mentre il resto sarà finanziato anche grazie al “Dine for Sheger”, una cena di raccolta fondi (ogni ospite ha versato 175mila dollari) organizzata lo scorso maggio all’interno del palazzo imperiale di Menelik, anch’esso trasformato in un parco-museo e finalmente aperto al pubblico da ottobre 2018.

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A pagare il prezzo più alto della trasformazione di Addis rischiano però di essere ancora gli abitanti più poveri della città. Secondo l’agenzia municipale River Basins & Green Areas, oltre 10mila residenti potrebbero essere rilocati soltanto per il progetto Beautifying. Molti di loro hanno già dovuto firmare la notifica di demolizione delle proprie case, senza sapere che destino gli abbia accordato in cambio il governo. In questo caso, come per il rinnovamento della zona di La Gare, Abiy ha mancato l’occasione di marcare una discontinuità con la precedente amministrazione: le decisioni sono state prese a porte chiuse, senza coinvolgere nessun’altro attore pubblico. Takele ha più volte assicurato che “stavolta nessuno verrà lasciato indietro o rilocato in estrema periferia”, come avvenuto in passato. Nel caso di La Gare, a esempio, il sindaco ha promesso che i primi immobili a essere ultimati saranno proprio quelli destinati a chi ha perso la propria casa nella fase di demolizione.

Ma lo scetticismo rimane forte tra gli abebini. Da anni il governo sta facendo tabula rasa dei vecchi sefer, i quartieri popolari più antichi della città, smembrando buona parte delle comunità che risiedevano nelle aree centrali della capitale. Basse casette di legno e terra con un tetto di lamiera, costruite attorno a un piccolo cortile con un tubo dell’acqua e una latrina in comune. Piccoli villaggi che si ricoprono di un tappeto di fango scivoloso durante la stagione delle piogge, in cui acqua ed elettricità sono precarie tutto l’anno e il sistema fognario ancora inesistente. Ma anche luoghi impreziositi da un forte tessuto sociale, costituito da un intreccio di relazioni di gorabet (vicinato) ed economia informale. Tagliati fuori dal mercato tradizionale del credito, a esempio, qui gli abitanti tengono in piedi istituzioni finanziarie alternative come l’idir e l’ikub. Il primo è una sorta di cassa comune di quartiere, che viene utilizzata per sostenere matrimoni e funerali. Il secondo invece fornisce a rotazione somme destinate a piccoli investimenti. Ai lati delle strette strade di terra e sassi, spuntano botteghe artigiane di fabbri, sarti e falegnami, si affacciano suk e mercatini di ogni tipo. Qui e là, una rivendita di carbone – ancora oggi il combustibile più utilizzato per cucinare – o un mulino, dove la gente porta a macinare il berberè – il mix di spezie che accompagna quasi ogni wot (sugo) – e la farina di teff – cereale dalle proprietà straordinarie tipico dell’Altopiano etiope con cui si prepara l’enjera, una sorta di crépe spugnosa che rappresenta l’alimento base di ogni famiglia. Dagli usci delle case arriva l’aroma del caffè appena tostato, che si diffonde nell’aria come una benedizione. La presenza di queste realtà nelle stesse zone dove vive e lavora anche la popolazione più ricca ha contribuito a garantire la pace sociale in una società dove le disparità economiche sono ogni giorno più grandi. I continui espropri di cui il governo si sta servendo per liberare le aree che più fanno gola agli speculatori immobiliari, rischiano al contrario di incrinare questo fragile equilibrio.

 

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