Mauritania, gli ultimi schiavi – Popoli 1/2010

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Gli ultimi schiavi1 - PopoliLa Repubblica islamica di Mauritania (Rim) è una nazione giovane – creata soltanto nel 1960 – che sorge però su una terra di confine impregnata da una culturale secolare. Quasi completamente desertica, questa terra è da sempre popolata da mercanti e pastori nomadi, conosciuti come mauri. Indifferente all’avvicendamento di colonizzatori e dittature militari, la popolazione beduina è riuscita a conservare riti e tradizioni ancestrali, che sembrano essere impermeabili anche alle dinamiche della globalizzazione. Nel corso dei secoli la regione ha avuto poche risorse da sfruttare, e tra queste la più durevole e redditizia sono sempre stati gli schiavi. Il confine meridionale della Mauritania è costituito dal fiume Senegal, le cui rive ospitano gli hal-pulaar e i soninké, comunità agricole avamposto dell’Africa nera. In questa zona i mauri andavano a caccia di schiavi già ai tempi dell’Antica Roma. Come racconta Kevin Bales, presidente di Free the Slaves, nel suo libro “I nuovi schiavi. La merce umana nell’economia globale” (Feltrinelli 2000), in Mauritania continua a ad essere in vigore “un tipo di schiavitù praticato centinaia di anni fa e che oggi non esiste in nessun altro luogo del mondo. Per capirla occorre risalire alla schiavitù del Vecchio Testamento. Si tratta di un tipo di schiavitù che, se da un lato tratta lo schiavo più umanamente, dall’altro gli toglie ogni potere. Un fenomeno che è parte integrante della cultura più che una realtà politica”.

Formalmente la pratica della schiavitù è stata abolita già molte volte in Mauritania. All’inizio del secolo, nei proclami dell’amministrazione coloniale, che di fatto continuava ad assicurare ai mauri la loro abbondante mano d’opera servile. Poi nel 1960, in occasione dell’indipendenza, con l’affermazione di uguaglianza di tutti i mauritani davanti alla Costituzione. La prima legge risale invece al 1981, e riconosceva al padrone “il diritto al risarcimento statale per la perdita subita”. Ma lo schiavismo è stato criminalizzato soltanto nel 2007, con una legge che prevede da 5 a 10 anni di prigione per gli schiavisti. Finora però non è stata avviata nessuna inchiesta o procedimento penale. Chi fa causa a uno schiavista può augurarsi d’ottenere al massimo una condanna per detenzione illegale, reato meno grave del sequestro di persona. Ma anche nei rari casi in cui un giudice ha riconosciuto il sequestro, nessun sequestratore è mai stato punito. La legge è lettera morta.

Gli ultimi schiavi2 - PopoliSecondo Boubacar Messaoud, fondatore dell’organizzazione non governativa Sos Esclave, in Mauritania esistono ancora 600mila schiavi, che corrispondono al 18% della popolazione: il Paese del mondo con il più alto numero di schiavi sulla popolazione totale. Un fenomeno diffuso sia nelle zone rurali che nelle città. In qualsiasi direzione si guardi si vedono schiavi. Sono loro a fare tutti i lavori duri, onerosi e sporchi. Di fatto l’economia si regge sulle loro spalle. Eppure chi visita il Paese non rischia d’imbattersi in catene o palle al piede. La schiavitù è talmente radicata nel tessuto socio-culturale che può dispensare dalla violenza, dando così l’impressione della sua stessa inesistenza a un fugace osservatore esterno.

Lo schiavo appartiene al suo padrone e lavora per lui tutto il giorno. Il suo compenso si limita al cibo e agli indumenti necessari al suo sostentamento. Generalmente vive nella casa padronale come servo domestico o in una baracca adiacente. Ma esistono anche schiavi “indipendenti”, che vivono di piccoli commerci in città o lavorano un proprio campo corrispondendo una rendita. In ogni caso, se vogliono sposarsi devono chiedere il consenso del padrone, che potrà sempre pretendere delle giornate di corvées e alla loro morte erediterà i pochi averi al posto dei figli. Anche la religione è spesso strumentalizzata per favorire la schiavitù. Buona parte degli ulema, i ministri di culto locali, sono legati al potere e offrono un’interpretazione del Corano che mette in risalto il valore dell’obbedienza e della sottomissione come virtù che conducono in paradiso. La ribellione è scoraggiata: molti schiavi pensano che sia stato Allah a metterli nella casa del padrone e che abbandonarla sarebbe peccato. Quelli che decidono di lasciare il proprio padrone se ne vanno a mani vuote, senza un posto dove vivere, cibo e vestiti. La società mauritana non offre opportunità, e per la maggior parte di loro essere liberi significa quindi morire di fame.Gli uomini finiscono a condurre un’esistenza di stenti in città, mentre le donne diventano spesso prostitute. Per le donne andarsene significa anche non vedere più i propri figli, che magari sono già stati divisi fra i vari rami della famiglia padronale.

Gli ultimi schiavi3 - PopoliOltre a essere distribuiti nella famiglia allargata del padrone, gli schiavi possono anche essere venduti. Tra i casi più eclatanti c’è quello delle “spose bambine”. Il matrimonio, altrove sogno di tante giovani, in Mauritania assume spesso i contorni dell’incubo: la pratica del gavage (letteralmente “ingozzamento”) – dall’età di 5 o 6 anni le bambine sono nutrite a forza fino a “scoppiare di bellezza” così da assecondare i canoni estetici tradizionali – in molti casi non è il percorso peggiore per una ragazza destinata al matrimonio. Molte bambine sono vendute, alimentando un business che muove grandi cifre: a seconda della bellezza e dell’età della propria figlia – più è giovane, più vale – i genitori (o chi per loro) possono mettersi in tasca da 4 a 10mila dollari. Il traffico, che in alcuni casi interessa bambine di appena 6 anni, è diretto prevalentemente all’interno o verso i Paesi del Golfo. Ma stando ad alcune denunce sarebbero coinvolti anche clienti europei. Molti attivisti e associazioni locali sono impegnati a richiamare l’attenzione internazionale sul fenomeno. Tra le voci più tenaci, c’è quella di Aminetou Mint el Moctar, presidentessa dell’Association des Femmes Chefs de Famille (Afcf), un’organizzazione non governativa che riunisce circa 7mila single o divorziate impegnate nella difesa dei diritti delle donne. «La tradizione dei matrimoni precoci, diffusa nelle zone rurali, sta prendendo piede anche in città, nella forma di pura compravendita di persone. La causa va ricercata nella miseria dilagante nel nostro Paese (4 abitanti su 10 vivono sotto la soglia di povertà, ndr), che spinge sempre più famiglie a cercare qualunque fonte di introito pur di riuscire a sopravvivere. Si tratta di una vera e propria emergenza, su cui però non esistono ancora statistiche ufficiali. La nostra associazione ha censito, soltanto nel 2008, almeno 50 casi sicuri di bambine vittime di traffico. E la tendenza è verso un aumento del fenomeno». Il codice di famiglia mauritano fissa a 18 anni l’età legale minima per sposarsi, «ma non c’è legge che tenga in un Paese, come questo, dove vige l’impunità. Anche se noi denunciamo costantemente gli abusi di cui veniamo a conoscenza, è difficile vedere fatta giustizia. Quello delle “spose bambine” è un traffico che fa gola a troppi, e che coinvolge molti “intoccabili”. I trafficanti di ragazzine, che formano ormai una vera e propria rete, hanno appoggi e protezione molto in alto, addirittura tra alcuni ministri».

Fantini
Il popolo mauritano è costituito tradizionalmente da pastori nomadi, che attraversano il deserto alla ricerca di acqua e pascoli per gli animali. Così i bambini devono apprendere a conoscere e governare i cammelli già in tenera età. Una dote indispensabile alle famiglie che vivono nel deserto, che però è molto apprezzata anche dai ricchi sceicchi degli Emirati arabi, dove le corse di cammelli sono uno degli spettacoli di punta. La leggerezza è una caratteristica essenziale dei fantini. Così i “bébés jockeys” vengono comprati quando hanno ancora 4 o 5 anni, attraverso una rete d’intermediari che si occupa di reclutare i bambini attraverso il rapimento o facendo leva sulla cronica mancanza di risorse finanziarie delle famiglie d’appartenenza. Questa pratica può vantare una lunga tradizione – gli emiri hanno cominciato a rifornirsi in Mauritania, piuttosto che in Pakistan o Bangladesh, già dai primi anni Ottanta – ma ha guadagnato le cronache soltanto di recente: il 23 febbraio 2009, 51 ragazzini sono stati rimpatriati a Nouakchott e indennizzati dal governo degli Emirati arabi con 156mila dollari per gli anni trascorsi in stato di schiavitù. L’accordo è inserito in un programma gestito dall’Unicef in collaborazione con i governi coinvolti, e l’ammontare del singolo rimborso è proporzionale al grado d’invalidità riportato dai ragazzi. Secondo Fatimettou Mint Khattry, ministra mauritana della Promozione femminile, dell’infanzia e della famiglia, le domande di compensazione ricevute finora sarebbero centinaia.
Il caso dei bambini schiavi utilizzati come fantini era stato portato davanti a un tribunale della Florida (Stati Uniti) già nel luglio 2007 da alcuni parenti delle vittime. Secondo l’accusa, il sovrano di Dubai, Cheikh Mohammad Ben Rached Al-Maktoum, negli ultimi 30 anni avrebbe ridotto in schiavitù migliaia di bambini mauritani. Molti di questi sarebbero stati rubati alle famiglie d’origine e rinchiusi nei campi d’addestramento in diversi luoghi degli Emirati arabi, dove venivano malnutriti e imbottiti di medicinali per non acquistare peso. Alcuni di loro sarebbero anche stati vittime di abusi sessuali. Le accuse non hanno però avuto seguito a causa delle forti pressioni diplomatiche esercitate dall’emiro di Dubai. In una lettera rivolta direttamente all’allora presidente George W. Bush, l’emiro spiegava come l’accusa fosse “una sfida al buon senso” e “un’interferenza notevole, in grado di complicare la relazione tra i nostri Paesi”, ricordando che “gli Emirati arabi sono un partner chiave nella lotta al terrorismo” e che “la nostra alleanza e la nostra amicizia sono basate sulla confidenza e il rispetto reciproco”.

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