Nepal on the road – Loop 10/2011

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如果想成為富人,就應該建設的道路。

“Per diventare ricchi, si comincia costruendo strade”. Questo antico proverbio cinese è divenuto un rompicapo nella valle del fiume Bhote Koshi in Nepal. Da oltre un anno, quando il governo cinese ha avviato la costruzione di un’autostrada lungo la riva sinistra del fiume, i profughi tibetani che popolano i villaggi della zona s’interrogano sul suo significato: le strade portano benessere ai territori che attraversano, oppure servono gli interessi di chi le ha costruite?
Il fiume Bhote Koshi segna il confine occidentale del parco nazionale del Langtang, la più antica tra le aree protette istituite dal governo nepalese lungo la catena dell’Himalaya. Su queste montagne, tra rarissimi esemplari di larice nepalese (larixnepalensis) e rododendri di una dozzina di colori diversi, vive il leopardo delle nevi e oltre un quarto dei panda rossi del Nepal. Qui si sono stabiliti, oltre mezzo secolo fa, profughi di etnia tamang in fuga dall’invasione cinese del Tibet.
Da quando nel 1976 è stato istituito il parco, l’amministrazione impone agli abitanti dell’area limiti molto rigidi quanto all’utilizzo delle risorse naturali: il taglio della legna è severamente razionato, mentre agricoltura e pastorizia – spesso vittime degli animali selvaggi – possono essere praticate soltanto su piccolissima scala. Anche gli escursionisti che si avventurano tra queste montagne devono rispettare regole precise: l’uso della plastica è bandito e, per non incoraggiare il taglio clandestino della legna, occorre imparare a lavarsi con l’acqua fredda anche quando la temperatura scende sotto zero.

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Tanto rigore è però venuto meno di fronte ai capitali e alle risorse illimitate del governo cinese. Con un investimento di 20milioni di dollari americani, la Cina si è assicurata il diritto di costruire un’autostrada all’interno dei confini del parco naturale. I 17 chilometri della Syaphrubesi-Rasuwagadhi collegheranno la rete stradale esistente in Nepal con i territori tibetani occupati oltreconfine. Il traffico merci, che finora era costretto sugli antichi sentieri scavati lungo le pendici delle montagne, potrà riversarsi su un’imponente lingua d’asfalto. Una volta terminata, la nuova autostrada sarà il collegamento principale e più rapido tra Lhasa e Kathmandu, e di conseguenza anche tra le superpotenze regionali Cina e India.
“Gli artigiani nepalesi conquisteranno il mercato cinese!”. Arrivato qualche mese fa da Kathmandu per insegnare nella scuola del villaggio di Gatlang, Adripathi fa eco alla propaganda governativa. “La nuova autostrada è una grande opportunità di sviluppo per il Nepal. Soprattutto per gli abitanti di queste remote valli himalayane, dove il trasporto delle merci è ancora affidato alle schiene degli uomini o al dorso di qualche mulo. Se ti rompi una gamba in questa zona, ti devono trasportare all’ospedale più vicino come un sacco di patate. Per alcuni villaggi si tratta di giorni di cammino”.

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Se la Syaphrubesi-Rasuwagadhi favorirà senza dubbio la mobilità interna, sembra invece meno probabile che possa alterare la bilancia commerciale a favore del Nepal, che nel 2008 importava dalla Cina per 400milioni di dollari, esportando per soli 15milioni. In tanti sono invece preoccupati che possa avvenire l’esatto contrario: i prodotti cinesi, forti di bassissimi costi di produzione, potrebbero sfruttare il nuovo sbocco commerciale per accaparrarsi una fetta ancora più ampia del mercato interno nepalese, spazzando via i prodotti artigianali locali. Un’impressione che trova conferma gironzolando tra le bancarelle di Shyaphrubesi, ultimo villaggio raggiunto dalla rete stradale. Qui si possono comprare biscotti, cioccolata, bibite e saponi di grandi multinazionali straniere. Ma non c’è alcuna traccia dei prodotti artigianali locali, come il formaggio di yak o i tessuti tradizionali tamang.
Ad oggi, l’unico collegamento esistente tra il nord e il sud del Nepal è rappresentato dalla Arniko highway. Quest’autostrada attraversa la frontiera con il Tibet in corrispondenza del villaggio di Kodari, e arriva fino a Kathmandu, dove si collega con la rete stradale che porta in India attraverso il villaggio di Raxaul. Costruita negli anni 60 con l’assistenza cinese, e recentemente asfaltata sempre da capitali cinesi, questa via ormai da anni non è più sufficiente a garantire uno sbocco ai flussi commerciali regionali, alimentati soprattutto dall’economia cinese e da quella indiana. Le probabilità che la nuova autostrada venga inondata proprio da questi flussi in esubero sono dunque molto alte. In Cina lo sanno bene, e si stanno già attrezzando per gestire al meglio il traffico merci che passerà per la valle del Bhote Koshi. Alla frontiera sono in corso imponenti lavori di ristrutturazione, che lasciano già intravedere gli scenari futuri: un mastodontico edificio di 5 piani, cui mancano soltanto gli ultimi ritocchi, prenderà il posto del vecchio ufficio di frontiera, costituito da pochi prefabbricati desolati.

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Camminando lungo il fiume, tra la polvere di una serie infinita di cantieri a cielo aperto, l’alto impatto ambientale dell’opera cinese è già evidente. Le pendici dei monti sono segnate da una lunga serie di frane, e gran parte dei sentieri tradizionali sono divenuti così pericolosi che la gente dei villaggi ha smesso di utilizzarli. Per gli smottamenti continui causati dai lavori, alcune sorgenti d’acqua sono state inghiottite dalla terra. Le piscine termali del villaggio di Timure sono invece sparite tra i detriti di uno dei cantieri. Rasuwagadhi, un tempo attrazione turistica d’eccellenza per il suo storico forte in pietra, oggi è una ferita slabbrata, una discarica di semilavorati e scarti di produzione della nuova autostrada. Nei villaggi che sorgono lungo il fiume si può già assistere alla trasformazione degli abitanti: la televisione al posto delle chiacchiere intorno al fuoco, indifferenza o risentimento per lo straniero al posto di una generosa curiosità, alcool cinese a basso costo in cui affogare la polvere del presente.
Evitando le slavine alimentate dalle gru cinesi e i massi che rotolano a valle fino a schiantarsi nel letto del fiume con tonfi assordanti, abbandono il corso polveroso del Bhote Koshi per riprendere i sentieri che collegano i villaggi pedemontani. Qualche ora di arrampicata e raggiungo Thuman. Gli abitanti sono impegnati nelle celebrazioni per la nascita di una nuova famiglia. Danzano in circolo nel punto in cui verrà presto costruita la nuova casa. A presidiare la cerimonia c’è Madhu, figlio dell’anziano sciamano locale. Mi dice che da qualche giorno suo padre è “all’alto tempio di Nagthali”, e che se voglio raggiungerlo devo continuare a risalire la montagna. Il sentiero non è chiaro e così, avvolto nel profumo delle felci, dei fiori e della resina di tronchi senza tempo, mi perdo in un fitto bosco di rododendri. Finalmente sbuco su un altopiano che lascia senza fiato, circondato dalle catene innevate del Langtang himal, di Gosaikunda, del Ganesh himal e del Kyirong tibetano. L’area è deserta, fatta eccezione per qualche vacca e un mandriano. L’uomo mi indica una struttura fatiscente, che si erge sulla collina più alta. All’interno, di fronte ad alcune statue di legno tra cui una rappresentazione del Buddha, lo sciamano medita seduto nella tradizionale posizione del loto. Quando esce non sembra sorpreso di vedermi, e comincia il suo racconto senza che debba fare molte domande. “Il governo nepalese sta compiendo grandi sforzi per assorbire gli abitanti di queste valli remote. Con la scusa di renderci beneficiari di programmi assistenziali o concederci diritto di voto, gli ufficiali governativi vengono nei villaggi a raccogliere le nostre generalità, impronte digitali comprese. Lo stesso sistema che permette ai cinesi di devastare questa valle, si preoccupa d’individuare eventuali focolai della dissidenza tibetana ed estinguerli per sempre”.

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La comunità tibetana in Nepal è molto consistente. A Boudha, sobborgo di Kathmandu, ha un centro di un’importanza paragonabile soltanto a quello di Dharamsala in India, dove vive il Dalai Lama e ha sede il governo tibetano in esilio. Sull’Himalaya, al di sopra dei 3mila metri di quota, tamang, gurung e le altre etnie tibetane rappresentano la maggioranza della popolazione. Il governo cinese vuole assicurarsi che le aree prescelte dall’immigrazione tibetana non si trasformino in basi di sostegno per la dissidenza indipendentista.
Da parte sua, il nuovo governo nepalese a maggioranza maoista ha sempre assicurato ai cinesi che ostacolerà ogni azione dei dissidenti tibetani sul suo territorio. Per dare seguito alle promesse fatte, nella primavera del 2008, i manifestanti che a Kathmandu protestavano contro l’ennesima repressione cinese a Lhasa sono stati affrontati dalla polizia nepalese in assetto antisommossa, che ha ferito e imprigionato decine di persone.
Anche l’apertura dei cantieri della Syaphrubesi-Rasuwagadhi è stata un’occasione per mostrare la fedeltà del governo alla causa cinese. “Nel costruire questo importante collegamento tra i nostri paesi – ha dichiarato l’ex primo ministro nepalese Madha Kumar – la Cina ha una sola preoccupazione: la stabilità del Tibet. Il governo nepalese ritiene che il Tibet sia parte integrante della Cina, e non permetterà che il proprio territorio venga utilizzato per destabilizzare la regione”. A chi gli ha chiesto cosa potesse comportare tale politica per il Langtang, Madha Kumar ha risposto che gli abitanti di queste valli non hanno nulla di cui preoccuparsi. “Da quando la Cina ha occupato il Tibet, molti sostengono che i cinesi sono violenti e traditori. Ma quando ho visitato i territori oltreconfine mi sono fatto un’impressione diversa. Il governo cinese ha costruito ovunque strade e case, così che gli abitanti del Tibet potessero avere una vita migliore”.

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Le strade straniere del progresso
Appena mezzo secolo fa in Nepal non c’erano strade. Furono gli indiani a costruire il primo collegamento con Kathmandu, la Tribhuvan Raj Path, aperta nel 1956. Anche quando, negli anni 70, la rete stradale cominciò a espandersi, la regia fu sempre straniera. L’India mise in piedi i collegamenti tra la frontiera e le principali città nepalesi, e si occupò di costruire la Mahendra highway, che collega le regioni orientali del Nepal con quelle occidentali e ancora oggi è la principale autostrada del paese. La Cina invece, aprendo e poi asfaltando la Arniko highway, completò il corridoio che attraversa la catena dell’Himalaya e collega il roccioso nord del Nepal con la regione pianeggiante a sud. Anche le principali vie tra Kathmandu e Pokhara, lungo le middle-hills, sono opera del governo cinese. Il resto è stato costruito grazie ad alcune agenzie internazionali di sviluppo (Banca mondiale e Asian development bank) e ad altri paesi stranieri (Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Giappone, Svezia).
Nei programmi dell’Ucpn, il partito maoista al governo, oltre alla Syaphrubesi-Rasuwagadhi, in futuro verranno aperte altre 11 strade per la frontiera cinese. I territori tibetani occupati saranno collegati con le regioni occidentali del Dolpa, del Mugu e dell’Humla, e con quelle orientali del Sankhuwasabha e del Taplejung. Secondo molti analisti, l’apertura di un tale numero di collegamenti con la Cina non avrebbe alcuna utilità per l’economia del Nepal, ma sarebbe funzionale soltanto a interessi politici. Il legame tra la nuova amministrazione nepalese e il governo cinese è infatti sempre più forte. “Il Nepal – come riporta il ministero cinese degli affari esteri – continua a garantire la massima solidarietà sulle questioni politiche legate al Tibet e a Taiwan, e mantiene una stretta cooperazione su tutta la politica regionale e internazionale”. Negli ultimi mesi sono stati conclusi diversi accordi di partnership commerciale, mentre ad aprile è stato lanciato il China-Nepal youth exchange mechanism, che ha consentito a un primo gruppo di 30 ragazzi nepalesi di visitare la Cina.

Free Tibet!
La rivolta contro l’occupazione cinese del Tibet continua. Mentre questo numero di Loop stava andando in stampa, 2 monaci tibetani si sono immolati per protestare contro la repressione delle autorità cinesi nei confronti della popolazione locale. Lobsang Konchok e Lobsang Kalsang, entrambi 18enni appartenenti al monastero di Kirti, si sono dati fuoco nella prefettura di Ngawa, nel Sichuan (Tibet orientale). Il gesto è avvenuto nel corso di una marcia di protesta pacifica in cui i dimostranti invocavano il ritorno in patria del Dalai Lama, guida spirituale del popolo tibetano, e la libertà religiosa della regione. La polizia cinese ha tentato di spegnere le fiamme, e trasportato i 2 monaci in un luogo sconosciuto. Secondo il Tibet Post, uno sarebbe morto e l’altro in condizioni critiche. Nella prefettura di Ngawa la tensione rimane molto alta. Le autorità cinesi hanno circondato il monastero di Kirti, bloccando la linea telefonica e l’accesso a internet. Kalsang è il fratello minore di Phuntsok Jarutsang, anch’egli immolatosi nel fuoco il 16 marzo di quest’anno.