Professione portatore – Messaggero di Sant’Antonio 6/2019

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Nella lingua degli sherpa – il popolo più numeroso del Solukhumbu, la regione del Nepal orientale dove s’innalza l’Everest – non esiste una parola equivalente a quella di “vetta”. Ogni montagna viene chiamata con il nome della divinità che si crede la abiti. L’Everest, a esempio, è Sagarmatha, la “dea della Madre Terra”. Nonostante nel corso della loro storia gli sherpa non abbiano mai mostrato interesse per le scalate di alta quota, fin dalla leggendaria spedizione di George Mellory (primo tentativo di raggiungere la cima dell’Everest, nel 1922) ne sono divenuti parte essenziale. Senza il loro aiuto provare a raggiungere le vette dell’Himalaya sarebbe impossibile. Sono infatti gli sherpa a preparare i percorsi lungo cui avanzeranno gli scalatori, sistemare corde e scale di sicurezza, montare i campi e cucinare i pasti, caricare sulle spalle cibo e attrezzatura. Compresi tavolini, sedie e ogni altro lusso che le agenzie impegnate oggi a gestire il business delle scalate offrono ai loro facoltosi clienti, disposti a pagare fino a 100mila dollari per unirsi a una spedizione.

Il mestiere dei portatori di alta quota vanta il triste primato del più alto tasso di mortalità (1,2%) tra i suoi lavoratori. Secondo Himalaya Database, l’archivio che raccoglie i dati sulle spedizioni, circa 290 scalatori hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere la vetta dell’Everest. Di questi, quasi un terzo (94) erano sherpa. Oggi, per i turisti che si avventurano in alta quota il rischio di morire si è molto ridotto, soprattutto grazie a un uso sempre più massiccio di steroidi e bombole d’ossigeno, che aiutano a scongiurare edemi celebrali o polmonari. Per gli sherpa, che devono trasportare anche le bombole, è invece aumentato. Il tasso di mortalità tra i portatori che sono stati impiegati nelle scalate dell’Everest dal 2004 a oggi è 12 volte superiore a quello dei soldati che hanno partecipato alla guerra in Iraq tra il 2003 e il 2007.

Se molti nepalesi si prestano a un mestiere così rischioso è a causa delle condizioni di estrema povertà in cui versa la maggior parte della popolazione. L’appellativo “sherpa” è ormai utilizzato per riferirsi a tutti i portatori impiegati sull’Himalaya, anche quando provengono da altre popolazioni come rai, tamang o gurung. Un lavoro tra i più comuni in Nepal, un Paese che offre poche alternative anche a chi può vantare un’istruzione. Nei loro doko – grandi ceste sistemate dietro le spalle e ancorate alla fronte con una lunga fascia – trasportano tutto ciò che serve ad alimentare il turismo himalayano, settore principale dell’economia nazionale (nel 2017 valeva 658milioni di dollari). Uomini, donne e ragazzini pagati in base al peso che sono disposti a caricare. Spesso più di quanto sopporterebbe un mulo.

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Il servizio che offrono è così a buon mercato – 5 dollari al giorno per un load da 20 kg – che spesso capita di vederli impiegati anche per le strade di Kathmandu. Sopra i 5mila metri però il trasporto di un load vale 100 dollari al giorno, che diventano 200 per chi è disposto a spingersi oltre gli 8mila metri del “Colle Sud” dell’Everest. Cifre che fanno gola a molti in un Paese dove il Pil pro capite non supera i 1000 dollari all’anno. Chi vanta già un’esperienza tale da aspirare al ruolo di guida, sa di poter guadagnare fino a 5mila dollari per accompagnare una spedizione in cima all’Everest. Denaro sufficiente a comprare una casa nel proprio villaggio. Una prospettiva tale da assicurare a ogni nuova stagione di scalate un numero più che sufficiente di uomini disposti a rischiare la propria vita.

Per adempiere ai propri compiti, gli sherpa devono fare su e giù lungo i tratti più pericolosi della scalata. Come la terribile “cascata di ghiaccio del Khumbu”, una parete da cui si staccano spesso enormi blocchi congelati. I turisti attraversano questo tratto nel più breve tempo possibile. Gli sherpa devono invece passarci una ventina di volte per ogni spedizione. I più coraggiosi tra loro, incaricati di fissare le corde e le scale – un’operazione che può richiedere anche un’intera giornata – sono soprannominati “Icefall doctors”. Un’impresa costata la vita a tanti, troppi, di loro.

Nel 2014, a esempio, la “cascata” ha sepolto 16 portatori in una sola volta, causando la più grave tragedia nella storia delle scalate dell’Everest – record tristemente superato l’anno successivo a causa dell’immane terremoto che ha devastato il Nepal, provocando tra l’altro una valanga che si è abbattuta sul Campo Base seppellendo 17 scalatori, tra cui 7 sherpa. Il governo nepalese, che incassa 11mila dollari da ciascun turista solo per il permesso di scalare la montagna, ha offerto 400 dollari come risarcimento per ciascuna vittima. Una cifra che ha scatenato la rabbia dei portatori e innescato uno sciopero generale della categoria. Tutte le spedizioni alpinistiche previste per quella stagione sono state annullate. Ma già l’anno successivo il business è ripreso come niente fosse. Le ripetute promesse del governo di una “nuova politica”, che consenta soltanto ad alpinisti esperti di avventurarsi in cima alle montagne, finora sono rimaste incompiute. I permessi continuano a essere concessi in modo indiscriminato e il loro numero ad aumentare (nel 2017 sono stati 1049), facendo così crescere anche il rischio di incidenti mortali.

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