Un circo per la vita – Messaggero di Sant’Antonio 3/2016

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Nato in una baraccopoli di Addis Abeba, Bhranu Taddesse è un ragazzo affetto da nanismo. Suo padre ha scelto un bastone per relazionarsi con la crescita limitata del corpo del figlio, costringendolo a scappare di casa quando non era ancora un adolescente. Scoraggiato dalla vita di strada, Bhranu ha bussato alla porta di una prigione di Addis, dove per oltre un anno ha condiviso vitto e alloggio con i carcerati. Poi è stata la volta di una ong, disposta ad aiutarlo soltanto a condizione che frequentasse la scuola pubblica: bocciato due volte di seguito, Bhranu ha perso in un colpo solo il diritto all’istruzione – questa la regola in Etiopia – e l’assistenza. Finalmente, ormai 16enne, ha fatto l’incontro che gli avrebbe cambiato la vita: il Fekat Circus. Questo “fiorente” (fekat, in amarico) circo sociale, che da oltre 10 anni porta speranza e opportunità tra i giovani più svantaggiati di Addis, gli ha offerto ospitalità e una formazione da circense. Oggi, dopo 7 anni di duro lavoro, Bhranu è uno dei pilastri degli spettacoli offerti dal Fekat e tra i leader dello Smiles Project, la squadra di clown impegnata a portare un sorriso in ospedali, carceri e orfanotrofi della città. Quando indossa il camice da Dottor Clown, la sua balbuzie sparisce di colpo.

I gemelli Chanda vengono invece dalle strade di Lusaka, capitale dello Zambia. Tatuato nella memoria, il ricordo di un compagno finito sotto a un bus mentre veniva rincorso dal buttafuori di un lussuoso caffè dove mendicava. A loro è toccato un destino diverso: grazie all’aiuto di Fountain of Hope – una charity impegnata coi ragazzi di strada di Lusaka – e di alcuni donatori norvegesi, hanno ricevuto assistenza e istruzione. Il teatro, tra i corsi offerti dalla charity, è divenuto la loro passione. Così, una volta finita la scuola, hanno contribuito a dar vita alla ong Barefeet Theatre Company, che offre corsi gratuiti di recitazione, danza e canto ai giovani svantaggiati della città. In seguito Barefeet ha creato il Circus Zambia, la prima scuola di circo del Paese.

Le storie dei senegalesi Modou Fata Touray e Mamodou Aidara sono diventate addirittura uno spettacolo: Chiopité, che in wolof significa “cambiamento”. Scappato da un crudele marabout, il maestro della scuola coranica cui era stato affidato, Modou è finito a vivere tra le strade di Dakar. L’associazione Empire des Enfants gli ha dato rifugio e nuove opportunità. Tra queste, un corso di circo offerto dagli svedesi di Djef Djel, che più tardi lo hanno invitato in Svezia per perfezionarsi nell’arte circense. Tornato in Senegal, Modou si è dedicato anima e corpo alla fondazione di Sencirk – un’associazione che usa il circo per favorire l’integrazione sociale e lavorativa dei giovani svantaggiati di Dakar – e alla formazione di nuovi talenti. Tra questi, Mamodou, un ragazzo cui la poliomelite non ha impedito di divenire una delle star del circo senegalese e un formidabile insegnante di breakdance!

Mamodou (Sencirk), Bhranu (Fekat Circus), i ragazzi del Circus Zambia e di altri 5 circhi sociali – i sudafricani di ActionArte, i kenioti di Sarakasi, gli egiziani di Red Tomato, i malaghesci di Alea des possibile e gli etiopi di Circus Debre Berhan – si sono riuniti lo scorso novembre ad Addis Abeba per il primo festival africano di arti circensi. Acrobati, clown, giocolieri e musicisti hanno dato vita a 3 giorni di spettacoli, cui hanno fatto seguito altri 3 giorni di workshop, durante i quali artisti e direttori delle differenti compagini hanno avuto modo di condividere le proprie esperienze e mettere a punto nuove comuni strategie per fare prosperare il giovane circo africano.

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Dopo aver dimostrato di essere uno straordinario strumento di emancipazione per centinaia di giovani svantaggiati, oggi il circo africano vive una stagione molto importante, quella della consacrazione come industria culturale. “Grazie alle esperienze fatte durante le tournee all’estero e alle visite ricevute da parte di alcuni dei migliori circhi europei, che ogni volta ci hanno insegnato nuovi numeri, la qualità degli spettacoli che offriamo è molto cresciuta”, racconta Giorgia Giunta, coordinatrice del Fekat Circus, che ha organizzato e promosso il festival. “Il nostro equilibrio finanziario però, come quello di quasi tutti i circhi che hanno partecipato a questo primo festival africano, continua a dipendere in gran parte dalle donazioni e dagli aiuti umanitari. Gli incassi al botteghino rappresentano una fetta ancora troppo scarsa del budget annuale. Le esibizioni a pagamento sono organizzate quasi solo per stranieri: ambasciate, gruppi di turisti, grandi corporation private nel corso di eventi promozionali. Il pubblico locale, anche quello più facoltoso, continua invece a snobbare gli spettacoli di circo, preferendo affollare i centri commerciali con i loro cinema multisala e le sale videogiochi. Una dinamica che dobbiamo superare: per stare in piedi da sé, il circo africano deve liberarsi dalla dipendenza dagli aiuti e trasformarsi in un’impresa sociale”.

I numeri raccontano realtà già ben strutturate, pronte al grande salto di cui parla Giorgia. I maestri della fondazione Sarakasi, l’organizzazione con maggiore esperienza tra quelle che hanno partecipato al festival, da oltre 20 anni girano per le baraccopoli di Nairobi dando lezioni gratuite a una media di 1000 ragazzi ogni settimana. I più promettenti vengono poi invitati a integrare i corsi che si tengono nella Sarakasi Dome – la sede centrale, che ospita anche concerti ed eventi come il Sawa Sawa festival – dove ogni anno vengono formati circa un centinaio tra ballerini e acrobati professionisti. I workshop di Barefeet, l’organizzazione a cui fa capo il Circus Zambia, raggiungono ogni anno 2mila ragazzi in oltre 40 diverse comunità del Paese. Gli spettacoli messi in piedi dagli allievi più preparati possono contare su un ottimo pubblico locale e gli incassi al botteghino bastano a coprire buona parte del budget annuale dell’intera organizzazione. Il Barefeet Beats Festival inoltre è ormai tra gli eventi artistici più rinomati dell’intera Africa. La prossima edizione, che si terrà in agosto e a cui parteciperanno oltre a molti ospiti internazionali anche tutti i gruppi appena intervenuti al festival di Addis Abeba, sarà un nuova occasione per fare il punto sullo stato dell’arte del circo africano.

Un aiuto decisivo allo sviluppo dell’arte circense africana potrebbe arrivare anche dai governi di ogni singolo Paese. Finora, a eccezione del Circus Debre Berhan, che può contare su alcuni fondi messi a disposizione dal proprio kebele (municipio), nessuno dei circhi sociali intervenuti al primo festival africano riceve aiuto finanziario o di altro tipo dallo Stato. Un peccato, in quanto il circo potrebbe diventare un’enorme industria culturale anche in Africa. Riconoscere il lato artistico della pratica circense e valorizzare costumi, trucco, danza, teatro, favorirebbe lo sviluppo di altrettante professioni. Per sostenere una comune attività di lobbying, i circhi presenti al festival hanno dunque deciso di costituire la African Circus Alliance – il Fekat si è impegnato a richiederne l’identità legale presso l’African Union – una rete che promuoverà il circo africano presso governi e istituzioni internazionali. “Mi auguro – conclude Giorgia – che il grande lavoro che stiamo facendo, gli eventi organizzati e quelli in cantiere (il Fekat sta già lavorando alla seconda edizione del festival che, fondi permettendo, si terrà nel 2017), contribuiscano allo sviluppo di un’identità del circo africano, a creare maggiore consapevolezza di quanto circo già esiste in Africa e di come questo sia motore di sviluppo umano, culturale, sociale ed economico”.

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