Una stupefacente quotidianeità – Altreconomia 10/2012

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Una stupefacente quotidianetà-Altreconomia-1A Fondi si racconta che i segreti del Mof, il più grande mercato ortofrutticolo d’Europa, siano nascosti tra le foglie della lattuga. Tra i ceppi che arrivano dalla Spagna, e che sul mercato all’ingrosso costano 10 centesimi in meno del prodotto locale. Un “miracolo economico” merito esclusivo di una preziosa compagna di viaggio: la cocaina sudamericana sbarcata sulla Costa del Sol, oro bianco nascosto tra le foglie verdi del carico ufficiale dei camion diretti in Italia.
Feudo storico della ’ndrina dei Tripodo – ancora attiva sul territorio nonostante l’operazione Damasco del 2009, che portò all’arresto dei fratelli Venanzio e Carmelo – oggi Fondi è la roccaforte del clan dei Casalesi, e un snodo cruciale per il traffico internazionale di droga. Dal Mof passa anche la coca sbarcata nei porti italiani di Gioia Tauro, Livorno e Ancona. Nascosta tra le fragole e i pomodori prodotti nelle serre dell’Agro Pontino, prende poi la strada dei mercati dell’Europa del Nord, soprattutto quello tedesco. I camion che s’incrociano lungo rotte opposte carichi della stessa merce non servono soltanto a confondere chi indaga sul narcotraffico, ma permettono anche di riciclare denaro sporco guadagnato con traffici illeciti.
Fondi è una città molto importante per la criminalità organizzata. Così importante da rendere vano ogni tentativo dello Stato di riappropriarsi del territorio. Nel 2008, il Prefetto di Latina Bruno Frattasi presentò una relazione di oltre 600 pagine, in cui documentava nel dettaglio “l’inosservanza sistematica delle normative antimafia, e l’agevolazione da parte del Comune degli interessi di elementi contigui o affiliati alla criminalità organizzata”. Caso unico nella storia d’Italia, il Consiglio dei Ministri decise però di respingere al mittente la richiesta di commissariamento per infiltrazione mafiosa, fatta dal Ministro dell’Interno Roberto Maroni. Il caso guadagnò i riflettori di stampa e televisione. Indignata, l’amministrazione fondana si dimise in blocco. Salvo poi ripresentarsi 3 mesi più tardi, con l’alfiere a fare la torre, il cavallo al posto della regina, e un pedone mascherato da re.

Una stupefacente quotidianetà-Altreconomia-2La cocaina tiene in piedi anche un altro importante hub italiano, il porto di Gioia Tauro. La storia della ’ndrangheta è legata a doppio filo a quella della Piana di Gioia Tauro. Tradizionalmente coltivata ad agrumeti e oliveti, negli anni 70 gli interventi della Cassa del Mezzogiorno (il “pacchetto Colombo”, dal cognome dell’allora Primo Ministro, Emilio) provarono a riconvertire la zona, prima in un importante polo siderurgico e poi in una centrale a carbone dell’Enel. Entrambi i progetti non videro mai la luce, ma l’area portuale interessata dai lavori venne infine trasformata in un grande hub commerciale, attivo dal 1994. La ’ndrangheta intanto utilizzava i capitali accumulati con i sequestri di persona per lanciarsi nel traffico internazionale di droga. Gioia Nostra, come venne ribattezzata l’area della Piana, divenne feudo della ’ndrina Piromalli-Molé, grossisti del traffico di cocaina con connessioni familiari sia nei Paesi produttori del Sudamerica che in Germania, importante mercato di sbocco. Quando nella primavera dello scorso anno il gruppo danese Maersk, principale armatore globale nel trasporto marittimo di container, spostò la maggior parte dei propri servizi mediterranei di smistamento da Gioia Tauro agli hub di Malta, Tangeri e Port Said, fu il traffico di coca a tenere in piedi l’economia del porto. Per dare un’idea del narcovolume che passa attraverso Gioia Tauro, basta pensare ai sequestri operati dalle Fiamme Gialle: quasi 2 tonnellate di droga dall’inizio di quest’anno. L’ultimo caso è del 12 ottobre: un quintale di cocaina trovato in un carico di ceci che veniva dal Messico.
“Da almeno 50 anni, nel deserto di diritti e opportunità della Calabria, la legalità è un’idea astratta. Solo qui la commistione tra ‘ndrangheta, massoneria, servizi deviati, apparati dello stato e giudici, è tale da creare un potere parallelo, separato e allo stesso tempo interno allo Stato”. Francesco Forgione, ex-presidente della Commissione parlamentare antimafia, nel suo Porto Franco (Dalai editore, 2012) spiega che il vero potere della ’ndrangheta sta da un lato nel silenzio in cui è inabissata e dall’altro nella sua dimensione globale. “Tra le ’ndrine, il fenomeno dei pentiti è pressoché sconosciuto. A Bordighera, Ventimiglia, Canavese Po, Busto, Nettuno, Fondi, dove il commissariamento venne bloccato all’ultimo momento dal governo Berlusconi, i Comuni vengono sciolti per ’ndragheta, non per camorra o cosa nostra. Ci si affilia a Milano, Duisburg, Toronto, ma il cuore della ’ndrangheta continua a battere in Calabria”.

Se Milano rappresenta la “borsa” del traffico di cocaina, il luogo dove vengono decisi prezzi e rotte, la Germania si è trasformata pian piano nella base più importante del narcotraffico diretto in Europa. Come ha ricostruito Andreas Ulrich, in un’inchiesta pubblicata ad aprile dallo Spiegel, il porto di Amburgo ormai è tra le destinazioni principali della cocaina che arriva dal Sudamerica. “Lavoriamo – racconta Carlo, affiliato a una ’ndrina – come una normale compagnia commerciale che importa beni di vario genere. Paghiamo le imprese che impacchettano la merce e quelle che si occupano del trasporto. I nostri uomini si preoccupano di corrompere gli ufficiali delle dogane. Riforniamo i clienti tedeschi con unità da 50-70 chilogrammi di cocaina, che vengono consegnati quasi sempre nei bordelli locali. Lo spaccio al dettaglio non è affar nostro”.
Le relazioni della ’ndrangheta con produttori e intermediari in America Latina sono consolidate. La “fratellanza” con i cartelli colombiani o con clan famigerati come i messicani Los Zetas (vedi box) garantisce prezzi bassi e alta qualità. I “fratelli” latini si occupano di tutto, dall’impacchettamento fino al monitoraggio del carico diretto ai porti europei. In Sudamerica, un chilo di coca viene pagato intorno ai 1200 euro. Ma quando raggiunge l’Europa il costo per i clan è già 15 volte superiore, a causa delle mazzette pagate lungo il viaggio per corrompere le autorità di controllo. Sul mercato all’ingrosso, un chilo di cocaina pura viene venduto a una cifra che oscilla tra i 27mila e i 32mila euro. Gli affiliati che curano la fase d’acquisto attendono che gli ordini dei vari clan arrivino a una quota di almeno 2-3 quintali, meglio ancora di mezza o una tonnellata. Poi girano l’ordine e inviano il denaro. “Ufficialmente paghiamo i conti per forniture o macchinari – spiega Vincenzo, un altro affiliato – in modo da avere carte pulite. In altri casi il denaro usato per la droga risulta come donazione per qualche progetto umanitario nella foresta. Quando i venditori preferiscono armi al posto del denaro, le facciamo arrivare dai Balcani. Paghiamo sempre in anticipo. Se la merce non viene consegnata, chi sgarra paga con la vita”.

Una stupefacente quotidianetà-Altreconomia-3Stefania Bizzarri, voce della rivista Narcomafie, è anche tra le autrici di Narconomics (a cura di Matteo Tacconi, Edizioni Lantana, 2012): “I proventi maggiori per le ’ndrine derivano oggi da tante altre attività inserite negli ingranaggi dell’economia globale. Ma il narcotraffico rimane fondamentale, in quanto capace di generare la liquidità necessaria agli altri investimenti. Di fatto il traffico di droga è il bancomat della ’ndrangheta. Il ‘lavaggio’ del denaro sporco avviene in migliaia di modi diversi: casinò, discoteche, locali, banche, palazzi, alberghi, aziende vere o fittizie, ristoranti, strutture turistiche e tanto altro ancora. Da quando è stato legalizzato, il gioco d’azzardo in Italia rappresenta una delle forme principali di riciclaggio. Le persone che vediamo passare giornate intere davanti alle slot-machine sono pagate per farlo. Stanno pulendo il denaro dei clan”.
Secondo il Fondo monetario internazionale, il riciclaggio si attesterebbe intorno al 5% del Pil mondiale. Una percentuale analoga a quella stimata per l’Italia da Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. Da quando il sistema finanziario globale è entrato in una profonda crisi di liquidità, le banche svolgono un ruolo sempre più consistente nel “lavaggio” del denaro sporco. Il caso della Lehman Brothers, che ha ricevuto 350milioni di narcodollari dopo il crac di fine 2008, rappresenta il fenomeno in modo esemplare. A luglio di quest’anno è stato il turno della britannica Hsbc, la più grande banca d’Europa: i senatori statunitensi Carl Levin e Tom Coburn hanno svelato il coinvolgimento dell’istituto nel riciclaggio di 7miliardi di dollari per conto dei cartelli del narcotraffico messicano. A tale scopo, la divisione messicana di Hsbc aveva costituito una sussidiaria alle Isole Cayman, che vantava 50mila clienti e 2,1 miliardi di dollari di capitali, ma non possedeva né staff né uffici. Secondo gli inquirenti, il denaro alle Cayman sarebbe servito all’acquisto di aeroplani per i trafficanti messicani. Altro caso eclatante è quello della Wachovia, una banca che ha trasferito negli Stati Uniti 110milioni di narcodollari attraverso piccole case di cambio messicane. Wachovia è stata poi assorbita da Wells Fargo, che ha collaborato alle indagini con le autorità federali statunitensi. Nessuno è finito in prigione, e oggi la banca è libera di operare di nuovo sul mercato.

“Le autorità dei Paesi consumatori di cocaina – spiega Daniel Mejía, autore con Alejandro Gaviria di Anti-Drugs Policies in Colombia: Successes, Failures and Wrong Turns (Ediciones Uniandes, 2011) – fanno la guerra ai piccoli spacciatori, anello più debole della catena, ma non fanno nulla contro le grandi istituzioni finanziarie che riciclano il denaro proveniente dal narcotraffico. Proibire il commercio della cocaina significa soprattutto trasferire i costi del problema dai Paesi consumatori a quelli produttori, che pagano con il proprio sangue la guerra al narcotraffico”.
Oggi in America Latina sono molte le voci che si levano a favore della legalizzazione. Il presidente uruguayano Jose Mujica ha già avviato quella della marijuana, e si dice pronto a fare lo stesso con la cocaina “per ragioni di salute pubblica”. In Guatemala, il presidente Otto Perez parla di “depenalizzazione”, e anche Laura Chinchilla Miranda, presidentessa del Costa Rica, sarebbe disponibile a provvedimenti a in tal senso.
“All’inizio del 2012 – racconta Diego Osorno, giornalista messicano in prima linea sul fronte del narcotraffico – ho partecipato a una riunione segreta organizzata a San Paolo dalla fondazione Cardoso, l’ex-presidente brasiliano. All’incontro erano presenti importanti ex-politici e impresari di Brasile, Colombia e Messico, preoccupati di non lasciarsi sfuggire le opportunità offerte da un’eventuale legalizzazione. Il dibattito sul tema dovrebbe essere pubblico e non consumarsi nelle stanze chiuse del potere. È il popolo infatti ad aver visto le proprie libertà civili calpestate in nome della ‘guerra’ al narcotraffico. Invocata dall’ex-presidente Felipe Calderon per tirarsi fuori dalle critiche sui brogli all’elezioni, la parola ‘guerra’ sembrava eroica e seducente. Ma voleva dire soltanto morte e violenza. A Monterrey, la mia città, di notte la gente non può uscire di casa ed è costretta a pagare il pizzo a narcotrafficanti e militari corrotti”.
Alternative alla “guerra” di Calderon, come la trattativa con le Maras portata avanti dal governo del Salvador e svelata dai giornalisti di El Faro (vedi intervista), sono state salutate con favore anche dalle Nazioni Unite. Ma è soprattutto il popolo latinoamericano a chiedere a gran voce che vengano riposte le armi. Quest’estate, il poeta messicano Javier Sicilia – suo figlio Juan Francisco è stato ucciso dai militari, che lo avevano scambiato per un narcotrafficante – ha guidato la Carovana della Pace. Al grido “Fermate la strage dell’antidroga: legalizzate”, la marcia partita da Tijuana ha raggiunto Washington per chiedere la fine di una “guerra” che tra i suoi “effetti collaterali”, usando le parole di Calderon, conta già oltre 60mila morti in 6 anni.

 

Una stupefacente quotidianetà-Altreconomia-4Il Faro del Salvador: intervista a Carlos Dada
“Da quando la frontiera tra Messico e Stati Uniti è stata militarizzata, il narcotraffico ha intensificato la ‘ruta del Caribe’, allagando nel sangue il resto del Centro America. Mentre si trasformavano nel principale destino dei narcovoli provenienti da Colombia e Venezuela, i Paesi centroamericani hanno visto raddoppiare il numero degli omicidi. Con 92 omicidi ogni 100mila abitanti, il doppio rispetto a 10 anni fa, oggi l’Honduras è il Paese più violento del mondo. Se in Salvador assistiamo finalmente a un’inversione di tendenza è merito della trattativa che lo Stato sta conducendo con le Maras, le gang locali”. Per l’inchiesta con cui ha svelato questa trattativa segreta, Carlos Dada, direttore di El Faro, primo giornale on-line dell’America Latina, ha appena ricevuto dalla rivista Internazionale il premio per il giornalismo investigativo intitolato ad Anna Politkovskaja.

Carlos, per la vostra inchiesta siete stati minacciati dalle Maras. Perché?
Da quando è nato nel 1998, El Faro ha pubblicato decine di inchieste su politici e poliziotti corrotti. Quando a marzo, 6 mesi prima che il governo ne ammettesse l’esistenza, abbiamo svelato la trattativa avviata con le Maras, sono stati soprattutto i politici a infastidirsi. Credo dunque che dietro il comunicato con cui le Maras ci hanno minacciato, si nasconda una volta ancora il potere corrotto. Ma non ci lasceremo intimidire. El Faro continuerà a far luce sul lato oscuro del Salvador. Uno Stato che non sia solido e trasparente non potrà mai risolvere il problema del narcotraffico e della violenza armata.

In cosa consiste la trattativa Stato-Maras?
Ufficialmente, in cambio di migliori condizioni carcerarie, la Mara Salvatrucha e la Pandilla 18, le 2 principali gang del Paese, si sono impegnate a deporre le armi. Ma ancora oggi la trattativa non è trasparente. Di chi è stata l’iniziativa? Cosa è stato davvero promesso alle Maras in cambio del cessate il fuoco? L’unica notizia che può essere salutata con favore è che negli ultimi 6 mesi il tasso di omicidi è calato del 50%. Il rischio però è che si stia mettendo in piedi una struttura parallela allo Stato in grado di gestire molto potere, soprattutto nelle carceri, luogo fondamentale per ogni gruppo criminale dell’America Latina.

Come si lavora sotto minaccia?
Gli ultimi 2 anni sono stati molto duri. Per le inchieste che continuiamo a portare avanti su narcotraffico e corruzione, c’è sempre più gente che “non ci vuole bene”.. La parte più difficile è continuare a far bene il nostro lavoro. In tal senso abbiamo elaborato una serie di criteri in grado di aiutarci: dare eco internazionale alle nostre inchieste; pubblicare materiale che sia inattaccabile da un punto di vista legale; fare attenzione alla protezione degli strumenti di lavoro, come computer e telefono; non stare troppo a lungo in luoghi molto affollati; capire quando lo stress emotivo non consente di prendere decisioni importanti; essere sempre sicuri di ciò che si pubblica.

Che effetto ti fa ricevere un premio che porta il nome di Anna Politkovskaja?
Mi sento onorato e non ho paura. Non penso di essere nelle condizioni della Politkovskaja prima del suo assassinio. Credo invece che molti dei miei colleghi che operano in Messico, Honduras e Guatemala siano più a rischio di me. Sento dunque che il modo giusto di utilizzare la visibilità che ci siamo guadagnati con il nostro lavoro d’inchiesta, sia di spostare i riflettori su quei giornalisti latinoamericani che sono ancora sconosciuti al grande pubblico. Voglio quindi segnalare la prossima uscita di un libro del collettivo messicano Nuestra Aparente Rendición, curato da Lolita Bosch y Alejandro Vélez Salas. Sarà una raccolta di ritratti dei 126 giornalisti assassinati o scomparsi in Messico nelle prime 2 legislature della democrazia messicana (dal 2 luglio 2000 ad oggi, ndr). Ogni ritratto è opera di un collega. Io mi sono occupato di Francisco Ortiz, mentre Diego Osorno ha scritto la storia di Félix Alonso Fernández García.

L’inferno delle carceri latine, dove si seminano criminali
Sovraffollate, sporche, violente, corrotte. Per gran parte dei detenuti, le carceri latinoamericane sono peggio dell’inferno. Per altri invece sono il luogo dove amministrare il traffico di droga e armi, e da cui pianificare le azioni criminali all’esterno. Molte prigioni infatti sono controllate da bande. Il caso più noto è quello del Primeiro Comando da Capital (Pcc), nato proprio nel carcere di Taubaté a San Paolo, e da lì divenuto l’organizzazione criminale più potente del Brasile. Ma le gang la fanno da padrone anche negli altri Paesi dell’America Latina. Nel 2012, a esempio, la polizia messicana ha fatto irruzione in una prigione di Acapulco, dove ha trovato 100 galli da combattimento, 19 prostitute e 2 pavoni. Nel carcere di Durango invece, i prigionieri uscivano di notte per ammazzare su commissione. In Venezuela, mentre i familiari in visita ai detenuti vengono sottoposti a umilianti perquisizioni, è risaputo che gli agenti della guardia nazionale fanno entrare armi, droga e quant’altro i detenuti possano permettersi di pagare. Così, invece di riabilitare i criminali, le prigioni contribuiscono spesso a rafforzare le gang o farne nascere di nuove. Un rischio alto soprattutto in Salvador, dove le prigioni, le più affollate dell’America Latina, sono pieni di ragazzini il cui unico crimine è spesso quello di esibire un tatuaggio che richiama i simboli delle Maras.

Los Zetas
Los Zetas, narcotrafficanti messicani noti soprattutto per la loro brutalità, sono tra gli alleati più fedeli della ’ndrangheta in America Latina. Il legame tra i 2 gruppi criminali è emerso nel 2008, grazie un’indagine italo-americana nota come “Operazione Solare”. Ma secondo Cynthia Rodriguez, inviata in Italia della rivista messicana Proceso e autrice del libro Contacto en Italia (uscito in Messico nel 2011 e presto disponibile anche nella versione italiana), “il sodalizio risale almeno al 2006, quando lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico vennero schierati oltre 30mila militari. Da allora i narcos messicani si sono messi alla ricerca di mercati alternativi a quello statunitense, e la ’ndrangheta ha colto al volo l’occasione”. Il 9 ottobre, la Marina messicana ha ucciso il leader de Los Zetas, Heriberto Lazcano, sulla cui testa pendeva una taglia di 5milioni di dollari offerta dagli Stati Uniti. Il corpo di El Lazca è stato però sottratto da un gruppo di uomini armati, che ha fatto irruzione nella compagnia di pompe funebri dove giaceva il cadavere. Tra gli omicidi di cui era accusato, c’è quello di Francisco Ortiz Franco, direttore di un settimanale di Tijuana che si occupava di narcotraffico. El Lazca è noto per aver ingrossato le fila dei killer tra Los Zetas, reclutando ex-soldati messicani e guatemaltechi, noti come kaibiles, che si occupavano di formare le nuove leve di assassini. Alla guida de Los Zetas succede Miguel Angel Trevino Morales, criminale dalla reputazione più violenta del suo predecessore.

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