Quando mi affaccio a mezzogiorno Parco Schuster è ancora semideserto. Dall’altro lato di via Ostiense, nell’aula magna della facoltà di Giurisprudenza, i partecipanti all’assemblea convocata dalla Sumud Flotilla saranno qualche centinaio, troppo pochi per pensare di essere tutti qui. Mi dico che forse è ancora presto, la gente se la starà prendendo comoda, in fondo Porta San Paolo è qui accanto. Esco di nuovo all’una, l’ora fissata per il raccoglimento dei manifestanti. Mi siedo su una panchina a mangiare un pezzo di pizza. Passa una signora con la bandiera della Palestina, riconosce la mia kefiah e mi chiede dove ci si raduni. Giro un dito per aria a indicare tutto il parco, che però continua a essere semideserto. La signora riprende a camminare, anche lei incredula. Dove è finita la folla del mese scorso?!
Sul telefono scorrono i messaggi degli amici. Chi lavora, chi ha freddo, chi mal di piedi. La maggior parte nemmeno mi risponde. Disertano. Quando decido finalmente di incamminarmi, solo, verso Porta San Paolo sono quasi le due. I vigili urbani non hanno neppure chiuso la zona al traffico. Mentre gliene chiedo conto, rischio di essere investito da un’auto che va in direzione opposta. Raggiungo il marciapiedi in un evidente stato confusionale. Così, quando da dietro l’edicola vedo spuntare Francesca Albanese, ho il dubbio dell’allucinazione: nonostante le minacce che riceve ogni giorno, la campagna d’odio che media e politica le vomitano addosso senza sosta, la relatrice speciale delle Nazioni Unite dai territori palestinesi occupati cammina verso la piazza in compagnia di qualche amico appena. A testa alta, tranquilla e sorridente. Mi riconosce – avevamo conversato a margine dell’assemblea – forse legge il mio sguardo smarrito. Mi prende sottobraccio.
Arrivati a Porta San Paolo, quando raggiungiamo la testa del corteo, Francesca accetta l’invito della prima fila, dove l’attendono Greta Thunberg e alcuni rappresentanti del Collettivo autonomo dei lavoratori portuali di Genova e della “Flotilla di terra”. Sfilo al lato e mi ritrovo insieme a uno dei suoi amici, Andrea. Sguardo serio e sereno, anche lui un po’ triste. Ci facciamo compagnia. L’empatia scioglie la lingua e gli rovescio addosso le mie inquietudini, che lui sembra disposto ad assecondare con curiosità (scoprirò più tardi che è un editore di successo, forse allenato ad ascoltare i chiacchieroni come me). Come diavolo è possibile che in marcia saremo meno di 10mila persone, l’1% della marea che ha manifestato il mese scorso?! Si saranno mica tutti bevuti la storiella infame della “pace di Trump”?! Gli omicidi quotidiani dei civili palestinesi, le tendopoli che affogano nel fango tra le macerie, i camion con gli aiuti umanitari ancora bloccati ai valichi di Gaza, non bastano a smontare la propaganda?! Oggi è la giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, una ricorrenza indetta dalle Nazioni Unite nel 1977: la partecipazione dovrebbe essere ancor più doverosa, dove è finita invece la gente?!
Le risposte che ci diamo con Andrea sono frustranti. La tragedia dei palestinesi è una storia lunga ottant’anni, che per essere compresa va studiata a fondo – come ha fatto Francesca – al di là della propaganda ufficiale dei colonizzatori, mentre oggi tante, troppe persone non riescono a mantenere la concentrazione più a lungo dei 2 minuti di un reel. L’avventura della Sumud Flotilla era riuscita a emozionare, a coinvolgere. Ma il pathos è durato poco e in tanti hanno vissuto l’annuncio della “pace” come una liberazione, un rompete le righe. Le strade sono già addobbate per l’orgia delle feste – maledetto babbonatale, servo del capitale – e senza il cuore leggero non si consuma come si deve. Altro che palestinesi.
Ci trasciniamo fino a piazza San Giovanni, che la manifestazione non riuscirà a riempire come sperato. Lungo il percorso, ogni tanto incontriamo qualche conoscente, scambiamo abbracci che scaldano. Ma l’eros del corteo non si accende. Al contrario, rischia di montare la depressione. Stanchi, ci sediamo alle spalle del palco da cui risuonano gli interventi degli oratori. Una coppia di rabbini, coi loro vistosi shtreimel di pelo e grandi pettorine anti-sionismo, ci regalano un sorriso. Sul palco Francesca non ha più voce, ma non molla: “Il genocidio non si è fermato! Invece di raccontare bugie, la politica dovrebbe rispettare il diritto internazionale, la Costituzione. Affinché tutti – ebrei, mussulmani, cristiani, atei – possano vivere liberi dal fiume al mare”.
S’è fatto buio e cominciamo a sentire il morso della fame. Rotta allo Spin Time, dove ritroviamo buona parte degli attivisti e dei giornalisti della Flotilla. Arriva anche Francesca, che dispensa abbracci e carezze. Chiede di far suonare “El Pueblo Unido”, ne carica il testo sul telefono e invita a cantarla tutti insieme. Mentre il canto mi scalda il cuore, penso che il più grande dono di questa donna straordinaria non sia la sua inattaccabile competenza di giurista e studiosa, né l’onestà e il coraggio con cui continua a raccontarci la tragedia dell’occupazione, dell’apartheid e del genocidio. Questa donna sa amare con tutta sé stessa e non esiste potere più forte. Proprio in questa chiave andrebbe ascoltato il “monito” che ha lanciato ai giornalisti italiani all’indomani del vergognoso attacco alla redazione de La Stampa: la propaganda, la narrazione distorta con cui i media italiani continuano a “scortare il genocidio” – come denunciava già a gennaio 2024 il giornalista di repubblica Raffaele Oriani nella sua lettera di dimissioni – rischia di trasformare frustrazione e rabbia in episodi di violenza come quello di Torino. Una dinamica che non fa che rafforzare chi alimenta e trae profitto dal genocidio. Servirebbe invece il coraggio della verità, di cui Francesca Albanese continua a dare esempio.
“Mujer, con fuego y con valor, ya estas aqui, junto al trabajador. Y ahora el pueblo, que se alza en la lucha, con voz de gigante, gritando adelante! El pueblo unido jamas sera vencido”






