Dancalia, la terra degli Afar

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone

The Black lake

I primi afar appaiono tra la polvere di Bati, imponente mercato lungo la strada che dall’altopiano etiopico precipita verso Semera e Asaiyta, rispettivamente moderna capitale burocratica della Dancalia e antica capitale di un leggendario sultanato. Pastori nomadi, sono venuti qui per vendere gli animali che hanno pascolato con pazienza attraverso i deserti dove stiamo per addentrarci. I compratori oromo tastano il punto-vita di capre terrorizzate, saggiano le gobbe grasse di vacche dalle corna maestose e affilate, si dilungano in contrattazioni estenuanti sotto un sole infuocato. Gli afar non si scompongono. Il loro portamento rimane regale. Lo sguardo fiero, quasi altezzoso. Pettini di legno conficcati tra capigliature intrise di burro. Ghefie che circondano colli sottili. Le futa raccolte attorno alla vita. Dai fianchi pendono lunghi pugnali adagiati nella loro fodere intarsiate. Magari sono solo i capelli, ma mi pare di essere circondato da Jimi Hendrix, le Black Panthers e gli altri protagonisti psichedelici che resero gloriosi i Sessanta a stelle e strisce. Se la loro bellezza sfrontata non fosse così sincera, li troverei terribilmente antipatici. Invece me ne innamoro al primo incontro.

mercanti afar a Bati

Quella di Semera è una sosta obbligata. Gli sgraziati burocrati che stanno disegnando la nuova Dancalia hanno fatto innalzare qui un mastodontico e desolato museo, in cui i turisti possano ingannare l’attesa dei permessi d’ingresso alla regione Afar. Appena abbiamo in mano i documenti necessari a continuare il viaggio, gli autisti danno gas al motore dei fuoristrada, contribuendo a seppellire nella polvere questa triste città fantasma. Abbandoniamo la strada che prosegue verso il porto eritreo di Assab, e svoltiamo finalmente per la magica Asaiyta. La luna piena sorge proprio quando arriviamo a destinazione, illuminando il corso del fiume Awash, disteso ai piedi della terrazza naturale su cui è costruita l’antica capitale dei nomadi afar. Dormiamo all’aperto, affacciati sul letto del fiume, che al mattino scopriremo circondato dalle geometrie perfette degli orti. Prima di proseguire verso nord e inoltrarci nella “Dancalia pura”, non mi rimane che far visita all’antica moschea e pregare Allah perché vegli sulla mia spedizione.

turismo - Asaita la terrazza sull'Awash

Diretti al lago di Afrera torniamo sulla Assab road e imbocchiamo un altro tratto di strada appena asfaltata, che serpeggia attraverso un’impressionante deserto di lava essiccata. Abbiamo percorso appena qualche decina di chilometri, quando il nostro piccolo convoglio viene avvistato da un nutrito gruppo di ragazzini, che comincia a correre lungo i due lati della strada sbracciandosi e gridando. L’autista al mio fianco rallenta. Mi chiede in prestito cento birr, e attende il ragazzino più veloce. I soldi servono a comprare una tanica da cinque litri di olio di palma arricchito di vitamine, dono generoso del World Food Program alle famiglie della zona, che però continuano a preferire il tradizionale burro di capra. Gli afar non hanno mai avuto un buon rapporto con gli aiuti umanitari. Nel suo “Dust of the Danakil”, Ian Mathie racconta di un carico fatto arrivare nella regione dalla cooperazione inglese durante una delle carestie che colpirono l’Etiopia negli anni Settanta. Gli afar seppellivano ogni giorno nuovi vittime, ma a nessuno venne in mente di elemosinare aiuto. Le derrate alimentari rimasero sei mesi a marcire in un magazzino.

Afar shepherds in Asaiyta, Afar ancient capital city

Quello di Afrera è noto anche come lago Giulietti, dal nome dell’esploratore italiano morto qui alla fine del diciannovesimo secolo. La Depressione dancala comincia a farsi notevole: siamo a oltre cento metri sotto il livello del mare. In questo grande lago salato una decina di anni fa è stata avviata l’estrazione industriale del sale. I cinesi hanno disteso una lingua di cemento fino alla riva, dove sono state costruite rudimentali idrovore. L’acqua del lago viene pompata in una serie di vasche, dove il sale è lasciato essiccare fino a formare una coltre compatta. I braccianti, arrivati in massa dall’altopiano, dovranno ridurla in polvere a colpi di mazza. La nuova economia ha riempito il deserto di coloni affamati, bettole scadenti con tavoli da biliardo storti, e bordelli affollati di prostitute che altrove sarebbero finite in pensione da un pezzo.

A worker in a salt pool at lake Afrera

Da Afrera in poi l’asfalto scompare, e i fuoristrada diretti verso la dorsale vulcanica devono destreggiarsi su piste difficili ricavate tra fine sabbia ocra e aguzze rocce di lava nera. Gruppi di farfalle bianche e fiorellini gialli cresciuti tra i rovi sembrano indicarci il cammino. Prima di arrivare al campo base del mitico Erta Ale, facciamo sosta in un minuscolo villaggio. Alcune strutture di cemento abbandonate al degrado ospitano una scuola deserta, testimonianza dell’ennesimo progetto di cooperazione senza orizzonte. Nella stanza meno sconvolta dall’incuria, c’è un armadietto con alcune scatole di antibiotici e altri farmaci, affidati a un giovane infermiere seminudo. Scambio due chiacchiere in un inglese stentato con i maestri della scuola, ancor più giovani e meno vestiti dell’infermiere. Vengono tutti da Dessie, sull’altopiano. Hanno un contratto di dieci mesi e questo è il loro primo impiego. Non vedono l’ora di tornarsene a casa.

Erta Ale male

La pista che conduce al campo base dell’Erta Ale è talmente malmessa, da farmi invidiare i pochi cammellieri che avanzano pazienti ai margini della via. Decido di fare l’ultimo tratto a piedi e lasciar andare i fuoristrada per conto proprio. Cammino attraverso le rocce appuntite e le spirali disegnate dalla lava essiccata. Ogni tanto incrocio un gruppo di burra (tipiche capanne afar) abbandonate. Una volta arrivato a destinazione, mi accorgo che il campo è già affollato da altri gruppi di turisti e dalle loro scorte militari. La Dancalia, descritta un tempo come terra inaccessibile popolata da genti feroci, da qualche anno ha spalancato le porte al turismo di massa. I fuoristrada e le macchine fotografiche scintillanti dei visitatori stranieri non sono passati inosservati. Ci sono stati casi di rapimento e alcuni omicidi. Per salvaguardare la gallina d’oro del turismo, il governo etiopico ha deciso di tappezzare di militari la zona e assegnare scorte obbligatorie a ogni convoglio. Ne è venuto fuori uno strano circo, in cui le mimetiche dei soldati s’intrecciano con l’abbigliamento ultra-tecnico di improvvisati avventurieri. Il sentiero che sale gentile fino alla bocca del vulcano è disseminato di bottiglie di plastica e altri rifiuti, che gli ospiti più accorti hanno pensato bene d’infilare nelle crepe della lava essiccata. Se potessi sussurrare un consiglio nelle orecchie giuste, proporrei al governo etiopico di utilizzare le braccia dei miliziani – finora impegnati soprattutto a grattarsi la pancia – per raccogliere le montagne di koshasha (“mondezza” in amarico) che rischiano di seppellire uno dei pochi laghi di lava perenne al mondo.

turismo - Erta Ale female

Per fortuna in cima al sentiero gentile c’è la bocca fumante dell’Erta Ale, uno spettacolo così straordinario da lasciar senza pensieri né parole. Passo l’intera giornata ad ascoltare la sua voce, lo scroscio profondo delle onde infuocate, il richiamo di un immenso oceano sotterraneo. Quando il sole sta per tramontare mi decido finalmente ad avvicinarmi. Le evoluzioni del magma, che si spacca e si ricompone, zampilla accecante e s’inabissa scuro, conquistano anche i miei occhi. L’ipnosi supera il livello di guardia. Nell’aria aleggia il canto di un esercito di sirene fiammeggianti, che sussurrano irresistibili di farmi più vicino, più vicino ancora.. Il battito del mio cuore s’adatta a quello del Cuore del mondo, comincia a ribollire come la superficie del vulcano, mi esplode in petto. Nella mente s’accende un desiderio folle. Vorrei tuffarmi. Senza rendermene conto comincio a cedere all’invito delle sirene, ne cerco cieco l’abbraccio. Ma c’è il vento, che di tanto in tanto m’investe con una nuvola pregna di zolfo. L’aria si fa irrespirabile, e un colpo di tosse mi desta in tempo perché possa fare un passo indietro, verso la notte buia.

Full moon rising at Erta Ale

Non ricordo chi e come mi abbia strappato all’abbraccio del vulcano. Ricordo solo che ho camminato sempre più veloce, senza voltarmi mai. Quando i miei occhi lo hanno cercato di nuovo, l’Erta Ale era ormai una sagoma lontana, che scorreva all’orizzonte in fila con gli altri vulcani della dorsale dancala. I fuoristrada avevano già imboccato la piana di Dodom, e la tensione che di colpo si era impossessata degli autisti non lasciava spazio al ricordo. Il presente incombeva con tutta la sua urgenza. Dodom è una immensa lingua di sabbia, distesa tra le montagne dell’altopiano a ovest e il deserto di lava aguzza dei vulcani che sfilano a oriente. A guardare la superficie regolare su cui avanzano i fuoristrada, attraversare la piana potrebbe sembrare un gioco da ragazzi. Ma ci attende il guado dei fiumi che dall’altopiano s’inoltrano nella Depressione dancala. Passiamo l’Ala senza problemi. Il Dedemet invece prova a inghiottirsi una delle jeep del convoglio, che le altre riescono a tirar fuori con i cavi d’acciaio. Rimane da superare il delta imprevedibile del Saba, il corso d’acqua più imponente e pericoloso della Dancalia.

turismo - impantanati

La piana è battuta da un sole infuocato, ma sull’altopiano in lontananza aleggiano nubi preoccupanti. Ci fermiamo all’ombra di un gruppo di palme, per mangiare qualcosa. Finalmente alcuni pastori del vicino villaggio di Waideddo ci portano la dagu (così si chiamano le “voci” in Dancalia) che stavamo aspettando: negli ultimi due giorni sulle montagne ha piovuto e l’acqua sta avanzando lungo le sabbie in secca del Saba, che presto si trasformeranno in un pantano. Ci rimettiamo subito in viaggio, decisi a percorre i trenta chilometri che ci separano dal villaggio di Ahmed Ela senza fare altre soste. La tensione a bordo del fuoristrada si taglia col coltello. Facciamo appena in tempo a evitare il tappeto d’acqua che si stende veloce sulla superficie della piana. Lungo la via incrociamo un fuoristrada impantanato. Il nostro generoso equipaggio decide di fermarsi e tentare di liberare il mezzo prigioniero del fango. I turisti a bordo del mezzo però non hanno intenzione di scendere. Forse temono di sporcarsi le scarpe. Con un sorriso ebete, velato dai finestrini sbarrati, guardano gli uomini spaccarsi la schiena nel tentativo vano di sollevare il loro fuoristrada. Una volta a destinazione, la guida afar che ci ha accompagnato fin qui mi racconterà la storia di un malcapitato gruppo di turisti, rimasto bloccato tra i pantani della piana per un’intera settimana. Finiti i viveri, furono costretti a farsi la strada per Ahmed Ela a piedi sotto il sole.

turismo - pozze vulcaniche

Anche il “pozzo di Ahmed” è figlio del fiume Saba, le cui acque hanno formato qui un profondo deposito sotterraneo cui è sempre possibile attingere. Attorno al pozzo è nato un villaggio, popolato per sei mesi all’anno dai cavatori dell’immensa Piana del sale che si estende a oriente (ma questa è un’altra storia..). Ahmed Ela è una desolata distesa di sassi, dove non cresce neppure un filo d’erba. Ma una ventina di famiglie afar vi resiste anche durante l’estate, quando l’esercito dei cavatori abbandona il villaggio per tornare sull’altopiano a lavorare nei campi irrigati dalle piogge. I turisti fanno base tra queste capanne per visitare le meraviglie che si sono formate ai margini della Piana del sale. I mutamenti continui cui è sottoposta questa regione, dove il cuore infuocato del mondo pulsa appena qualche chilometro sotto la superficie terrestre, descrivono un paesaggio mozzafiato fatto di lagune colorate, geyser ustionanti, minuscoli vulcani sempre attivi.

Dallol

Attirati dai piccoli specchi d’acqua che si formano tra le spaccature del suolo, molti uccelli fanno la loro ultima sosta tra queste lagune. Traditi dalla sete, non riprenderanno mai il volo. Basta che infilino il becco nelle pozze pregne di zolfo per rimanere letteralmente stecchiti. Passeggiando tra i laghetti è facile incontrare i loro cadaveri pietrificati dal sale. Se a tradire gli uccelli è la sete, capita che la bellezza tradisca i turisti. Per scattare una foto ricordo più speciale delle altre, c’è chi si avventura dove la crosta terrestre è troppo sottile per reggere il peso di un essere umano. Incidenti che capitano soprattutto a Dallol, la “collina degli spiriti”, attrazione principale della zona. L’arcobaleno di colori e la folle geometria che le pozze d’acqua acida disegnano in combinazione con il magma che sbuffa sottoterra, sono meraviglie tali da far dimenticare le norme di sicurezza che andrebbero osservate quando si visita un luogo così fragile. Secondo alcuni però non sarebbe la distrazione umana a causare le ustioni e gli altri incidenti. Stanchi della massa irriverente di turisti che da qualche tempo ha preso d’assalto la loro straordinaria collina, alcuni jiin – gli spiriti che popolano Dallol – avrebbero deciso d’invitare i loro ospiti a una maggiore cortesia.

Dallol, jiin hill

 

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Share on LinkedInEmail this to someone
This entry was posted in Ethiopia and tagged , , , , , , .

Post a Comment

Your email is never published nor shared. Required fields are marked *

*
*