Arada

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smiling

“Dov’è la foto di casa mia?”, mi sbotta in faccia Yared. Konjit – una gallerista di Addis Abeba che ha vissuto a lungo a Trieste – capisce che la nostra conversazione necessita una pausa e con un sorriso spaventato lascia il passo al ragazzo. “Perché non c’è la foto di casa mia?”, insiste lui. Il suo alito sa di birra e le pupille degli occhi sono spalancate dal chat masticato durante il giorno. Sul volto, una serie di piccole cicatrici testimonia qualche scontro di troppo. Mi afferra per un braccio e si fa largo tra un gruppo di diplomatici in abito da sera venuti al museo per l’inaugurazione della mostra. Ci fermiamo davanti a una foto panoramica di Piassa, il cuore di Addis Abeba, e Yared punta il dito su una baracca. “Sono nato proprio lì, vedi. Nessun ospedale. Mia madre ha partorito tra quelle mura. Le stesse dove continuiamo a vivere ancora oggi”, racconta.

born hereLa mattina dopo, io e Hiwot andiamo a fargli visita. La sua casa è nella stessa via dove ho scattato alcune delle foto selezionate per la mostra all’Addis Ababa Museum. Dalla strada, le costruzioni di legno, lamiera, terra e paglia scendono fino ai margini del fiume Kechene, ormai ridotto a un rigagnolo d’acqua nerastra. Al di là del fiume gli scheletri dei condomini di Arat Kilo avanzano sulla spianata di Erii Bekentu – letteralmente “urli invano” – quartiere di cui oggi rimane in piedi appena qualche muro. Anche le case da questo lato del Kechene verranno presto abbattute. Addis sta diventando in fretta una capitale globale e le baracche devono lasciar spazio a una skyline degna di tale titolo. “Almeno per quest’anno – spiega Yared – potremo rimanere qui. Ma il kebele, l’amministrazione locale proprietaria di tutte le case della zona, ci ha già comunicato che dovremmo spostarci altrove. In un condominio, se riusciremo a racimolare il denaro per l’anticipo. Altrimenti in un’altra casa simile a questa. In ogni caso sarà molto lontano da qui”.

AradaAddis avanza verso la modernità a ritmo straordinario e in corsa non c’è tempo per fermarsi ad ascoltare il battito del cuore. La “città foresta” – su cui Menelik II e sua moglie Itegue Taitu decisero di impiantare la capitale del proprio impero – assomiglia sempre più a una moderna “concrete jungle”, dove al corso dei fiumi si è sostituito quello delle strade asfaltate, mentre gli accampamenti di legno e terra dei guerrieri sono stati rimpiazzati dal cemento dei palazzoni cinesi e dai vetri a specchio di esotici grattacieli. L’improvviso boom che ha investito l’Etiopia – la crescita del Pil negli ultimi 10 anni è stata sempre a due cifre – ha accelerato il processo di urbanizzazione attirando nella capitale un’immigrazione interna sempre più consistente: dai 3milioni d’abitanti del 2010, Addis dovrebbe raggiungere gli 8milioni entro il 2025.

running awayLe case basse dei quartieri popolari vengono rase al suolo per far spazio a una nuova città che cresce in verticale. La rete autostradale sempre più ampia e la metropolitana di superficie quasi pronta per l’inaugurazione rappresentano le arterie in cui far scorrere la frenesia che si sta impossessando della vita degli abebini. Una rivoluzione gestita con autorità dal governo, che pare incontrare un consenso diffuso e orgoglioso tra la popolazione. Della triste fama di “Paese delle carestie” va cancellato anche il ricordo. “Non mi fotografare vicino a queste vecchie baracche. Fallo accanto allo scheletro di quel palazzo di cemento”, mi ha invitato con aria di sfida una donna che aveva sorpreso il mio obiettivo. Mi auguro che tra qualche anno la collezione di foto che sto mettendo insieme possa piacere anche a lei. In una città che si trasforma con un passo così rapido e deciso mi è venuta voglia di aver cura della memoria degli altri.

WiFi zoneSe in questa storia l’oggetto dei miei scatti è in via d’estinzione, anche il luogo che ho scelto per esporre il mio lavoro sta per cambiare faccia per sempre. L’Addis Ababa Museum – il museo della città, allestito in occasione del centenario della sua fondazione (1886-1986) nella magnifica residenza di Ras Biru Habte Gabriel, capo-guerriero dell’esercito di Menelik II – verrà chiuso tra poche settimane per essere rinnovato. Finanziato dalla Banca Mondiale, il progetto di promozione del turismo oltre alla ristrutturazione dell’edificio storico prevede la costruzione di un ristorante, una sala cinema e una serie di negozi. Se oggi il museo cittadino sonnecchia in un boschetto nascosto dietro una fila di enormi cartelloni pubblicitari, c’è da aspettarsi che domani diverrà un punto di riferimento per il flusso turistico che si riversa sempre più consistente sull’Etiopia.

Addis Ababa Museum, Meskel squareCi tenevo molto a esporre il primo capitolo del mio lavoro sui quartieri popolari prima che il museo perdesse il suo fascino decadente. La collezione completa verrà ospitata in una delle nuove sale, ma vedere oggi le foto esposte nella Vision Hall – uno spazio che non veniva utilizzato da oltre 20 anni – mi sembra un miracolo. I lavori di rinnovamento dovrebbero essere ultimati entro la fine del prossimo anno. Prima di tornare all’Addis Ababa Musuem e divenir parte di un’esposizione permanente dedicata alla memoria cittadina, “Arada” continuerà a girare per gallerie, istituti di cultura, teatri, chiese. Con Yared e gli altri amici di Piassa stiamo cercando il posto giusto dove organizzare un’esposizione dedicata soprattutto a loro. Un tempio popolare, dove la gioiosa nostalgia di un presente che sembra già passato possa scorrere lieta tra fiumi di birra.

school at the museum

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